Aveva tentato di uccidere addirittura la zia e il cugino. Il boss Pantaleone Mancuso, detto “Luni l’ingegnere” (53 anni), è stato fermato al confine tra l’Argentina e il Brasile. Un altro boss della ‘ndrangheta calabrese finisce in manette. La notizia si è saputa solo oggi (venerdì 12 settembre) ma dal 29 agosto uno dei più sanguinari capicosca di Vibo Valentia è nelle mani della polizia argentina che lo ha sorpreso a bordo di un pullman turistico con 100mila euro in tasca.

Era latitante dallo scorso aprile quando la Dda di Catanzaro ha emesso un decreto di fermo accusandolo di associazione mafiosa e del tentato omicidio di Romana Mancuso e del figlio Giovanni Rizzo avvenuto il 26 maggio del 2008 a Nicotera Marina. “Luni” voleva punire il figlio della zia perché non era considerato “un buon azionista” e non teneva alto il buon nome dei Mancuso, padroni assoluti di tutto il vibonese. Stando a una testimone, oggi testimone di giustizia che ha ricostruito i retroscena di quell’episodio, infatti, il boss accusava Giovanni Rizzo di prendere “iniziative sbagliate nei confronti di persone già protette che, evidentemente, poi si lamentavano con altri Mancuso”.

Un errore che doveva essere punito anche se commesso da un familiare. Al momento del fermo, “l’ingegnere” era in possesso di un documento argentino falso intestato a “Luca de Bortolo”, la sua vera identità è emersa a seguito dei controlli fatti con le impronte digitali. Nei prossimi giorni, i magistrati della Dda di Catanzaro organizzeranno il rientro del boss in Italia.

“Siamo soddisfatti – è stato infatti il commento del procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo – abbiamo già avviato la richiesta di estradizione. “L’ingegnere” è ritenuto un personaggio di rilievo della costellazione dei Mancuso, un discendente della stirpe degli undici, ovvero gli undici fratelli che componevano il ramo della prima generazione della famiglia di ‘ndrangheta che opera a Limbadi, nel vibonese”.

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