È generalmente un cattivo governo quello che non decide sul tema dei diritti. Al pari dell’economia, i diritti delle persone formano una società, la definiscono culturalmente, ne segnano il grado di democrazia. Ciò che è accaduto in questi giorni, con il palleggio estremamente imbarazzante su una faccenda così seria com’è la fecondazione eterologa, mette il nostro esecutivo al fondo del gruppone europeo, giusto nel semestre condotto da noi.

La figura barbina è innanzitutto tecnico-politica e al tempo stesso comunicativa: si è mandato allo sbaraglio un ministro, il ministro Lorenzin, lasciando che per giorni e giorni irradiasse ai giornali la garanzia di un decreto con il quale mettere in sicurezza legislativa la fecondazione eterologa, dopo che il 9 aprile scorso la Consulta ne aveva eliminato il divieto, figlio della legge 40. Non solo, sulla questione la Corte Costituzionale si era spinta anche più in là, precisando che quella illegittimità non avrebbe provocato “alcun vuoto normativo”. Dunque la necessità di riportare il dibattito in Parlamento. Il ministro Lorenzin si è presentata al Consiglio dei ministri armata delle sue sicurezze, che nel frattempo avevano prodotto un sentimento emozionale su larga scala. Potete solo immaginare la felicità di moltissime coppie. Arrivata al cospetto del Consiglio, la Lorenzin è stata bloccata. Si è ricacciata in gola il decreto, perché Don Matteo aveva detto no, su questo tema così delicato deve decidere il Parlamento (peraltro in paradossale condizione istituzionale, essendo ormai avviato a diventare il Senato un semplice passacarte).

Il prete Matteo ha detto no, si è rifugiato nel più trito giustificazionismo parlando di temi etici sui quali si deve trovare il massimo della convergenza possibile. Il demone Binetti si è impossessato di lui e ha rispedito il tutto nel casino inestricabile di un Parlamento che su questi temi – è la storia che lo dimostra – non decide mai perché parti avverse all’interno degli stessi partiti si combattono una guerra di religione che non sfocia mai a un accordo o, se accordo è, è sempre e costantemente al ribasso. Restituendo il diritto di decidere sull’eterologa alle Camere, Renzi si carica di una responsabilità che invece era solo sua, nel senso del suo governo. Come qualsiasi costituzionalista potrà illustrarvi – lo ha fatto oggi Paolo Veronesi, esperto di Legge 40, sul Corriere – “nel nostro ordinamento ci sono già principi e regole che possono essere applicati in questi casi. E infatti a lungo si è fatto senza: prima della legge 40, che è del 2004, questo tipo di fecondazione veniva praticata lo stesso”. La soluzione Veronesi, peraltro evocata dalla Lorenzin, è elementare: “Nuove linee guida o un decreto ministeriale per regolare gli aspetti più pratici”.

C’è anche un sospetto che aleggia su questa decisione e che ci porta su un terreno sconnesso. L’idea cioè che questi temi non siano considerati di primaria importanza, che sia quasi fastidioso doversene occupare quando, in parallelo, molti famiglie italiane non hanno i soldi per tirare avanti e che quindi, in una sorta di valutazione delle emergenze, la fecondazione eterologa come altri temi analoghi (i diritti delle minoranze) “vengano dopo”. È naturalmente un’idea altamente malsana e non la vogliamo certo attribuire a Renzi, piuttosto a tutto un coté risoluto e liquidatorio di poca profondità d’animo.

Ma proprio nel grande giorno degli scout, questa trovata di Renzi ha il sapore di vecchia muffa democristiana. Alimenterà, ne siamo certo, il sospetto ch’egli di sinistra abbia poco o nulla.

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