Quali sono le ragioni che spingono un genitore a uccidere i propri figli e a uccidersi? Alcuni di quelli che sopravvivono raccontano che lo hanno fatto per proteggerli, in un delirio di responsabilità prendono consapevolezza della propria fragilità e della difficoltà a sostenere il peso della genitorialità. Così un meccanismo normale e utile come l’attaccamento si trasforma in una reazione abnorme, come è successo a Lecco. Possiamo considerare l’omicidio come un comportamento protettivo?

Se non si ha nessuno con cui condividere le responsabilità, se non si ha o ci si convince di non avere più nessuno che vuole bene, se l’isolamento prende la forma della disperazione, l’accudimento diventa un compito troppo pesante da sostenere e gli scenari immaginati di sofferenza che si prolunga in eterno, sembrano più drammatici di una fine (di una morte) veloce, istantanea.

Certo questo non è l’unico motivo che può spingere un genitore a riprendersi la vita dei figli.

Questo orribile gesto può avere origini diverse: l’immaturità e l’incapacità di sostenere il ruolo genitoriale, la perdita di contatto con la realtà – quando per esempio c’è l’impressione che i capricci o la vivacità dei figli siano la dimostrazione che sono degli indemoniati da salvare uccidendoli – il desiderio di vendetta contro il/la  partner, e altre ancora.

Motivazioni diverse per storie che hanno in comune vissuti di profonda solitudine, di disperazione per la perdita di qualcosa (per esempio la libertà dopo la nascita del figlio), o di qualcuno (un genitore, un partner). La tristezza per lo sfascio della famiglia  se uno dei due si trova a portare avanti da solo tutto il peso. Il dolore per la separazione toglie le forze e in questo stato è difficile pensare a un futuro. Come il lutto è accompagnata da sentimenti di perdita, solitudine, disperazione. Se  poi tutto questo avviene lontano dalla propria famiglia di origine e non si può contare sul conforto di altri familiari o di amici, la disperazione si amplifica, prende il sopravvento e il difficile, sembra impossibile, il futuro è uno scenario buio.

Andarsene sembra la soluzione migliore.

Il senso di responsabilità, poi, fa credere di non poter lasciare i figli. Portarli via con sé diventa l’unica strada possibile se non c’è o non si percepisce aiuto dagli altri, uccidere è l’ultimo gesto di responsabilità e protezione verso di loro. E’ il paradosso dell’accudimento. 

Il problema – molto più antico del momento in cui accadono i fatti – è che le persone non si rendono conto di quello che provano, hanno perso il contatto con se stesse, con le proprie emozioni e i propri sentimenti molto tempo prima e si trovano in balia di un impulso estraneo, di cui non conoscono la provenienza, che le lascia  incredule tanto che spesso non si ricordano di quello che hanno fatto. Quando poi iniziano a ricordare, iniziano a essere perseguitate dal ricordo.

E’ anche difficile aiutarle perché senza consapevolezza non viene formulata alcuna richiesta di aiuto oppure vengono fatte richieste indirette, mascherate, che vanno interpretate. Spesso da fuori il disagio non si vede.

L’uccisione di un bambino scuote comunque la nostra coscienza e vorremmo tutti dare un contributo, ma come?

Magari prestare attenzione a chi manifesta difficoltà può servire, come anche osservare chi non ci riesce, interpretare le richieste mute. Aiutare chi non chiede a prendere consapevolezza della sua sofferenza, mostrare una strada. Convincere che ci può sempre essere una soluzione.

Parlare. Esserci.

 

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