Metà 800, l’afroamericano Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) nasce libero nello Stato di New York, viene rapito, venduto al mercante di schiavi Freeman (Paul Giamatti), imbarcato per la Louisiana, rivenduto a due latifondisti, prima William Ford (Benedict Cumberbatch), poi Edwin Epps (Michael Fassbender). 12 anni schiavo è la trasposizione della sua autobiografia, quella di un uomo libero ridotto a merce: non è (solo) il razzismo, il cuore del terzo lungometraggio di Steve McQueen è lo schiavismo, ed è affare economico e giuridico, non mero pregiudizio e avversione razziale, cui Hollywood ha dedicato chilometri di pellicola.

Già, lo schiavismo è materia scomodissima, approdata sullo schermo solo di recente: Lincoln e Django Unchained. Se Tarantino ha optato per la blaxploitation e l’affrancamento – sociologico, non psicologico – a mano armata del singolo (Jamie Foxx), Spielberg ha messo a fuoco la legiferazione dell’abolizione, ma senza puntare sulla scrittura , sulle carte, bensì sui retroscena “di palazzo” e la (stracca) aneddotica lincolniana, l’oralità. L’intenzione, e l’ambizione, di McQueen di fare di 12 Years a Slave la sintesi dei due predecessori è cristallina, sin dal titolo: “12” è vergato mano, con quell’inchiostro di mora impiegato da Solomon per le proprie memorie, e sta per la prima persona singolare di Django; “Years a Slave” è stampato in caratteri dell’epoca, e sta per il sistema abolizionista di Lincoln.

Come già in Hunger – Bobby Sands imbrattava di merda i muri della cella – e Shame, dove il regista era penna e Fassbender inchiostro della sessodipendenza, quello di McQueen è cinema di scrittura per definizione, eppure qualcosa non torna: se la sua regia, mutuata dalla videoarte, tratteggia sempre minuziosa rumori e suoni ambientali, le righe bianche stanno altrove. Affidandosi alle memorie di Northup, si scontra tra il desiderio di una narrazione onnisciente – “Ecco, ve la do io la schiavitù!” –e un narratore che, all’opposto, è forzatamente passivo e incarna una funzione spettatoriale. In effetti, Solomon finisce per agire a metà tra i bianchi e i fratelli di schiavitù: se la figura dell’house nigger kapò (Samuel L. Jackson in Django) sintomaticamente qui manca, Solomon ha competenze bianche – parla e scrive un inglese forbito che deve occultare, suona il violino – e mansioni bianche, ovvero è costretto a frustare a sangue Patsey (Lupita Nyong’o) al posto di Epps. Quest’ultima scena ha fatto parlare negli States di torture porn, viceversa, stigmatizza il nervo scoperto di McQueen: non bastano il tormentato aguzzino Fassbender, l’ambiguo Cumberbatch – colpevolmente abbandonato – e il bifolco cattivo Paul Dano per dire la schiavitù, serve l’homo homini lupus – i negri per i bianchi erano bestie – e, in definitiva, il sadomasochismo, già leitmotiv del regista.

Altre due le scene dirompenti (il mercanteggio di Freeman, il sesso “estorto” a Solomon da Patsey), ma per il resto 12 anni schiavo non scrive sistematicamente la schiavitù, solamente ne illustra sul volto-specchio di Solomon l’orrore, in verità, trattandola come razzismo, crudele idiosincrasia del singolo: analogamente, la soluzione è personale, sta nel “carpentiere di buon cuore” (press-book) Samuel Bass, con cui il produttore Brad Pitt – guarda caso – si ritaglia il ruolo del bianco buono. La scrittura, la pastorale di un’infamia americana, ritorna solo nei cartelli finali, che svelano l’epilogo di Solomon: titolo e cartelli, appunto, ma in mezzo Steve McQueen si riscopre “analfabeta”. Sì, il cinema americano è ancora schiavo dello Nyong’o, Sarah Paulson, Brad Pitt schiavismo.

PS: Già pluripremiato, 12 anni schiavo è candidato a 9 premi Oscar: non vincesse, dopo l’esclusione di The Butler e Fruitvale Station, l’era Obama sarebbe finita. Almeno a Hollywood.

Il trailer di 12 anni schiavo 

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