Il 18 febbraio il cantautore statunitense Bill Callahan sarà in Italia per un’unica data al teatro Antoniano di Bologna. Così come le gocce d’acqua penetrano la roccia e ne modellando la forma, allo stesso stesso modo la voce calda e baritonale di Callahan si insinua negli anfratti più in ombra della memoria, plasmandone ricordi e sensazioni da troppo tempo dimenticati. Il basso profilo mantenuto dall’artista, viene ricompensato da un successo che sembra crescere con naturale ed inarrestabile lentezza, ed il suo ultimo lavoro in studio “Dream River”, costituisce un nuovo e fondamentale tassello in questa direzione. La doppia data londinese alla Royal Festival Hall fa registrare il tutto esaurito: sul palco Callahan è l’unico dei quattro musicisti a restare in piedi, camicia da cowboy e chitarra tenuta come fosse un chitarrista degli anni cinquanta, pronto a regalare due ore di storie malinconiche e spesso caratterizzate da venature di amara ironia (“America!”).

Il concerto si apre con i due classici, “Let Me See The Colts” e la struggente “Rock Bottom Riser”, per poi entrare nello spirito dell’ultimo album con un trittico perfetto: dagli iniziali e devastanti versi di “Javeling Unlanding”, alla meraviglia di “The Sing” (“We’re all looking for a body, or a means to make one sing”), per terminare con la schietta “Spring”, che si contorce nel wah­wah della chitarra di Matt Kinsey. La cover di Percy Mayfield, “Please Send Me Someone To Love”, è l’unico momento della serata dove ogni musicista sul palco si ritaglia lo spazio per un breve solo e ancora una volta la chitarra di Kinsey sembra interpretare alla perfezione l’eterna preghiera, un tempo invocata da Mayfield e adesso da Callahan.

Le innumerevoli scelte stilistiche adottate da Matt Kinsey, fanno della sua chitarra la perfetta estensione al cantato narrativo di Callahan e soprattutto diventano un’eccellente interpretazione alle brevi ed evocative strofe delle canzoni: dall’evocare il verso e l’inabissarsi del gabbiano in “Seagull”, alla crescente tensione costruita nella conclusiva “Winter Road”. Pezzi che portano con sé un carico emotivo importante, narrato con perfetti chiaro­scuri da Callahan, pronto a farci “scivolare via il peso del mondo”. E “Winter Road” ­è la splendida chiusura del cerchio: “Oh I have learnt when things are beautiful, to just keep on”.

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