Quando vuole fare il moderato, l’ispiratore e lo studioso gollista, autore di un volume monumentale per sua stessa ammissione, “dieci anni di fatica”, Gaetano Quagliariello indossa un maglioncino soffice, anche se fuori stagione, anche d’estate se occorre. Vuole offrire al pubblico, ora che frequenta il Quirinale, la testimonianza plastica, il sudore fisico di un politico che non sta lì, fermo, a farsi impallinare. Un vero Quagliariello migratore.

Domenica sera i ministri diversamente berlusconiani e (pare) i capigruppo ugualmente Renato (Brunetta e Schifani) l’hanno raggiunto per un risotto nella residenza romana, un palazzo così borghese che appare rivestito proprio di quel maglioncino. Il ribelle Quagliariello era concentrato in poltrona. Angelino Alfano e colleghi fremevano per il nervosismo. Il figlio di un rettore barese, consigliere di Marcello Pera finché Pera non è passato in disuso come un maglioncino di acrilico, stava mescolando le parole più adatte per la formula più corretta. Sempre con un accenno storico, col rischio di sembrare casuale, e pazienza: “Se Forza Italia è Lotta Continua non aderisco”.

Capita spesso, al saggio di Napolitano, di mancare un appuntamento, di arrivare in ritardo o di ripensare, ritrattare e rivisitare. Quando vogliono bloccare le sue oscillazioni di coscienza, e ci tiene molto a rifugiarsi in coscienza, si rammenta la carriera nei Radicali, persino vicesegretario nazionale, un passo indietro per non sporsi (troppo) avanti col pericolo di litigare con se stesso. Perché le mutazioni genetiche non lo trafiggono, no, lo fanno evolvere. In adolescenza era Repubblicano. E marciava, più tardi, assieme a Francesco Rutelli, sfidava la polizia. E protestava contro il nucleare.

Quagliariello voleva l’aborto libero e pure il testamento biologico e voleva più diritti e meno doveri. Qualche anno fa. Aula di Palazzo Madama. Concitazione e terrore. Beppino Englaro interrompe il calvario di Eluana. Gaetano Quagliariello, con la cravatta allentata e lo sguardo furioso, quasi commosso, sradica il microfono. E urla: “Eluana non è morta, è stata ammazzata!”. Rimette il microfono a posto, e scappa via. Ce l’aveva con il Quirinale, cioè con Giorgio Napolitano, che non aveva agevolato il decreto legge. Un giorno, di riflessione intellettuale, Gaetano ha rimescolato la coscienza e s’è trovato in disaccordo con il Quagliariello radicale e il Quagliariello clericale generando un Quagliariello del terzo tipo. Un politico ipotetico: “Sono stato radicale dai 15 ai 22 anni. Significava non sprangare né essere sprangato. Ero liberale, garantista, anticomunista”.

Per un mesetto, mentre il Cavaliere appariva flaccido e Mario Monti il salvatore, Quagliariello è stato montiano, cioè europeo, rigorista e finanche accademico. Organizzò un convegno al Teatro Olimpico di Roma: appena gli lasciarono il pulpito per intervenire, capì, al volo, che era una cazzata. Ha firmato la legge per il processo breve e, giurato, di aver pronta la penna per quella per il processo lungo. Non ha risparmiato i magistrati comunisti. Sentenza Unipol contro il Cavaliere: “Giustizia politicizzata sfida il pericolo”. Udienza Mediaset: “Le toghe vogliono fare carriera”. Inchiesta Ruby: “L’obiettivo è sputtanare B.”. Consentino e la camorra: “Non mettete il governo in mano ai pentiti”.

Nemmeno trenta giorni fa, non più di trenta, avvertiva la Giunta per le elezioni: “Siete un plotone d’esecuzione”. A intervalli regolari, ma sempre sul pezzo, invocava la spedizione degli ispettori al tribunale di Milano. Ogni due anni pubblica un libro. L’ultimo su Charles de Gaulle, scritto con passione ermeneutica, smentisce il penultimo dal titolo “La persona, il popolo e la libertà”, un elogio con critica elogiativa a Berlusconi. Non volle sottoporsi all’esame antidroga perché, disse, “coltivo l’imperfezione”. Di essere un liberale davvero. E un po’ migratore.

Il Fatto Quotidiano, 1 ottobre 2013

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