Esattamente una settimana fa, 259 cittadini siriani sono stati respinti appena atterrati all’aeroporto internazionale del Cairo.  

Le autorità egiziane hanno inizialmente dichiarato che i 259 erano privi dei lasciapassare di sicurezza e dei visti, introdotti di recente. In precedenza, i cittadini siriani non avevano bisogno di alcun visto per entrare in Egitto. 

Successivamente, un comunicato pubblicato sul sito del ministero degli Affari esteri egiziano ha cercato di spiegare la questione dei visti: “La decisione d’imporre un visto d’ingresso per i cittadini siriani è stata presa sulla base delle condizioni che l’Egitto sta attualmente attraversando”. 

Delle persone respinte, almeno 95 sono state rinviate su un volo delle Syrian Airlines con destinazione Latakia; le altre sono state imbarcate su voli diretti in Libano, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. 

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, presso il cui ufficio egiziano sono registrati circa 70.000 siriani, non ha potuto incontrare nessuno dei 259 respinti.

Un provvedimento sconcertante, quello preso dalle nuove autorità del Cairo: considerando il bagno di sangue in corso in Siria, è inconcepibile oltreché illegale che – visto  o non visto –  l’Egitto abbia deciso di negare, a chi lascia un paese sconvolto da oltre due anni di conflitto, quanto meno l’accesso alla procedura per determinare lo status di rifugiato politico. 

All’indomani della deposizione di Mohamed Morsi, alcuni commentatori avevano avanzato il sospetto che tra i motivi alla base del colpo di stato dell’esercito egiziano, vi fosse anche la decisione dell’ex presidente di rompere definitivamente i rapporti con la Siria e prendere le parti dei gruppi dell’opposizione armata.

Il respingimento dei 259 siriani, un evidente favore al governo di Damasco, dà adito a quel sospetto.

 

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