Pensava che sarebbe stato più facile. Fabrizio Saccomanni era sicuro di fare il ministro dell’Economia, lo sarebbe stato anche nel governo Bersani, il Quirinale glielo doveva per la mancata nomina a governatore della Banca d’Italia (tra lui e Vittorio Grilli alla fine Giorgio Napolitano scelse Ignazio Visco). Ma il ministero del Tesoro è una giungla a confronto della Banca d’Italia dove uno come lui, direttore generale dopo una lunga carriera, comandava tranquillo, forte della copertura dall’alto di Mario Draghi.

Al ministero si trova con un viceministro come Stefano Fassina che ieri si è quasi candidato alla segreteria del Pd (“Sono pronto a dare il mio contributo”) e che concorda la linea di politica economica più con il capogruppo del Pdl Renato Brunetta che con lui, il ministro. Tre giorni fa Fassina ha presentato una dettagliata analisi alla commissione Finanze della Camera sul perché l’approccio europeo alla crisi sia completamente sbagliato e vada ribaltato. Proprio quell’approccio che Saccomanni si trova a difendere nell’intervista di sabato 29 giugno al Corriere della Sera. Con una frecciatina al suo vice sul rinvio dell’Iva: “Non sarebbe stato credibile per l’Ue promettere a copertura un maggiore gettito futuro dell’Iva”.

Da Palazzo Chigi Enrico Letta promette molto a tanti, poi tocca a Saccomanni cercare i soldi. Ci sono meno di tre mesi per sistemare Imu, Iva, Tares. E Saccomanni spiega al Corriere che il modo giusto per trovare risorse è tagliare la spesa: non ridurre gli investimenti, ma solo la spesa corrente, “ma non è un lavoro che consenta in poche settimane di reperire miliardi di euro come se avessimo la bacchetta magica”. Ci vuole tempo e una convocazione del “comitato interminesteriale della spesa”, più la nomina di un “commissario straordinario”. A proposito della riforma dell’Imu il ministro recupera un’espressione che non si sentiva dai tempi in cui Gianfranco Fini duellava con Silvio Berlusconi: “Faremo una cabina di regia”. Saccomanni ostenta flemma e rispetto delle forme, ma i suoi tempi non sono quelli del governo. E nei Consigli dei ministri, alla fine, le coperture le trovano sempre togliendo soldi proprio agli investimenti, che si tratti di infrastrutture o formazione dei lavoratori. Nei corridoi del ministero del Tesoro ieri notavano con un po’ di malizia che di solito la prima intervista al Corriere è affidata al direttore o a uno dei suoi vice. Questa volta non è andata così. E anche in questo c’è chi vede prova dello scarso peso del ministro. Che però non sembra dare troppa importanza a queste faccende di forma. Ieri ha perfino risposto a un editoriale di Maurizio Belpietro su Libero per smentire un prelievo forzoso dai conti correnti. Su questi temi, di solito, i suoi predecessori tacevano per non alimentare il pericoloso dibattito che potrebbe spaventare i risparmiatori.

La sua squadra di comunicazione sta cercando di costruirgli un profilo mediatico, cosa non semplice visti i predecessori, dalle personalità forti di Tommaso Padoa-Schioppa e Giulio Tremonti ai gelidi monosillabi di Vittorio Grilli. Il portavoce è Roberto Basso, collaboratore di Fabrizio Barca che arriva dalle società di comunicazione e lobbying di Claudio Velardi, all’ufficio stampa c’è Laura Sala che lavorava con Piero Giarda, ma raccontano che Saccomanni si consulti spesso anche con Aldo Carboni, ex vice direttore del Sole 24 Ore. Difficile trovare il proprio spazio quando nelle conferenze stampa tutti i successi di politica economica , anche quelli minimi come il rinvio dell’aumento Iva, se li spartiscono Letta e Angelino Alfano.

Non sorride quasi più Saccomanni, di cui tutti citano sempre, oltre alla competenza, la giovialità. Anche perché sa che i mesi più difficili stanno per arrivare: la legge di Stabilità di autunno sarà difficilissima e tutto il carico di impopolarità se lo prenderà lui, visto che Letta invece la presenta in discesa, come il momento in cui potremo approfittare delle nuove flessibilità ottenute in Europa (che al massimo valgono 8 miliardi nel 2014). Al ministro è già evidente che agirà in totale solitudine: ha capito che, come fu per Padoa-Schioppa, non potrà contare neppure sull’appoggio di un giornale in teoria amico come Repubblica , che pochi giorni fa gli ha sparato contro dalla prima pagina con un articolo sui segreti dei derivati al Tesoro (e una stima, un po’ disinvolta, di una presunta perdita potenziale per lo Stato di 8 miliardi). Saccomanni si fida soltanto della squadra Bankitalia: da via Nazionale si è portato la segretaria, come capo segreteria tecnica ha ripescato Francesco Alfonso, 65 anni, che al Tesoro era già stato nella squadra di Carlo Azeglio Ciampi, e nel comitato che vigilerà (gratis) sulle nomine nelle società partecipate ha infilato un vecchio amico come Vincenzo Desario, suo predecessore come direttore generale della Banca d’Italia.

Ma i due personaggi che contano davvero sulle nomine sono molto autonomi da Saccomanni: uno è Fassina, che ha lavorato alle regole, l’altro è il capo di gabinetto Daniele Cabras, arrivato da pochi mesi a sostituire Vincenzo Fortunato di cui sta provando a ereditare, oltre alla poltrona, anche il potere. Cabras, ex funzionario della Camera e figlio del dirigente Dc Paolo, non viene dal mondo di Saccomanni. E pare che abbia un rapporto diretto con Palazzo Chigi e i Letta, più Gianni che Enrico. Da Cabras passano i dossier su Ferrovie dello Stato, Eni, Enel, Terna e le altre ambite poltrone da affidare nel giro di dodici mesi. Su quelle Saccomanni potrà dire poco. Anche per questo ha voluto la direttiva sulle nomine, per fissare regole (più o meno) chiare. Chissà se ne ha discusso, ieri sera, in un “vertice” con Letta convocato per fare il punto dopo il Consiglio europeo.

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