Stati Uniti, universo di opportunità in tutti i settori. Regno Unito, nuovo laboratorio mondiale dell’internet technology. Australia, polo in espansione per attività estrattive e ricerca, in grado di garantire un’ottima qualità della vita. Ma anche Hong Kong, Singapore ed Emirati Arabi. Occidente, ma non solo: gli orizzonti dei cervelli in fuga si fanno ogni giorno più ampi, la bussola sta già puntando verso l’Oriente e il Sud del mondo, che oggi paiono lontani ma che stanno scalando le classifiche dell’economia globale. Lo dicono i più recenti studi di Onu e Ocse, e lo dicono gli stessi expat, che la condizione di highly skilled migrants (migranti altamente qualificati, ndr) la vivono sulla propria pelle. E che forniscono un quadro chiaro sulle destinazioni più ambite in questo momento: al primo posto c’è l’America (24%), seguita da Gran Bretagna (13%) e Australia (13%).

La ricerca, pubblicata da Escp Europe, École supérieure de commerce de Paris, e dalla società di reclutamento globale Hydrogen e condotta su un campione di 2mila highly skilled workers residenti in 90 paesi (dagli imprenditori, ai senior manager di grandi aziende, ai lavoratori autonomi), analizza le dinamiche alla base delle migrazioni. Nonostante la crisi, gli Usa restano la terra promessa. Prima economia mondiale, sono un polo di attrazione gravitazionale per i professionisti in tutti i settori analizzati: scientifico, tecnologico, finanziario, minerario e legale. Un gradino più giù c’è l’Inghilterra, oggi il secondo technology hub mondiale dopo gli Usa. “Lì c’è la Silicon Valley – spiega Dan Fox, managing director of technology practice di Hydrogen – a Londra abbiamo la Silicon Roundabout a Old Street, dove nascono migliaia di start up hi-tech che richiamano giovani da tutta Europa”.

Il terzo posto dell’Australia si spiega con la possibilità di lavorare in settori ad altissima specializzazione (è seconda nel settore minerario, terza per finanza e ricerca, quarta nei comparti legale e hi-tech) sommata all’alta qualità della vita. Ma le nuove realtà hanno gli occhi a mandorla: infatti al quarto posto c’è Singapore, fucina di aziende che presto segneranno la strada in tema di ricerca scientifica e biotech e al quinto Hong Kong. E nelle nuove mete si parla anche arabo: negli Emirati, al nono posto davanti alla Germania, gli expat non pagano tasse e scelgono di rimanere sempre più a lungo grazie alla alta qualità della vita. Perché sulla scelta di una nuova patria non influiscono solo i fattori economici.

In base allo Human Development Index indicatore di sviluppo dal 1993 adottato dall’Onu accanto al Pil per misurare lo sviluppo umano nei paesi membri, nel 2013 Australia e Usa sono al secondo e al terzo posto al mondo dietro la Norvegia (mentre il Regno Unito crolla in 26esima posizione). Risultati sostanzialmente confermati da un altro indice, il Better Life Index elaborato dall’Ocse, tentativo di misurare “la felicità del cittadino”, secondo cui tra i paesi dalla qualità della vita più alta figura al primo posto l’onnipresente Australia, seguita da Svezia, Canada, Norvegia, Svizzera e Usa.

La prima discriminante nella scelta è il permesso di lavoro. Gli Usa sono la meta migliore, ma restare a lavorare è difficile: i visti H1B (per dipendenti) vengono assegnati una volta l’anno e i posti sono 65 mila. Per l’anno 2013-2014 le candidature si sono aperte il primo aprile: 4 giorni dopo ne erano arrivate 124 mila e si è proceduto per lotteria. I non estratti? Dovranno aspettare il primo aprile 2014 per presentare una nuova richiesta. Il procedimento è a carico del datore di lavoro e costa tra i 5 e i 15 mila dollari, indipendentemente dal fatto che la richiesta venga accettata o no. L’Australia è vivibile ma non facile da raggiungere: i professionisti in cerca di visto devono inserire i propri dati online nel programma governativo Skill Select e se la loro qualifica non è tra quelle richieste è inutile fare domanda.

Opposta la situazione nei paesi emergenti. Nel Golfo Persico ottenere il visto è facile: in Kuwait, dove su 1,2 milioni persone impiegate nel settore privato i locali sono solo 60mila, l’expat firma il contratto e dopo qualche settimana riceve il visto di residenza, lavoro e assistenza sanitaria. In Qatar si occupa di tutto l’azienda, e lo stesso avviene a Dubai. I paesi in crescita sono già più facili da approcciare, dunque, e rientrano nell’orizzonte di interesse di un numero sempre più elevato di highly skilled migrants. Entro il 2020 – si legge nel Rapporto sullo sviluppo umano dell’Onu – la produzione economica combinata di Brasile, India e Cina supererà le produzione aggregata di Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Usa. Non è un caso quindi se, secondo Hydrogen e Escp Europe, la Cina è undicesima tra i paesi più desiderati, appena dietro la Germania locomotiva d’Europa. E neanche che dopo di lei ci sia il Brasile.

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