Chissà se nello “spogliatoio” Angelino l’aveva preannunciato al suo presidente e compagno di governo che il Pdl dopo Brescia, tra una trasferta da un capo all’altro dell’Italia per intimidire i magistrati incappati negli intrighi di Berlusconi, da Napoli a Roma, da Milano a Taranto, sarebbe ripartito ovviamente dalle intercettazioni e dalla responsabilità dei magistrati.

Non occorreva essere dei veggenti per prevedere quali sarebbero state le priorità di governo del Pdl e puntualmente si riparte da dove era rimasto l’ultimo esecutivo Berlusconi: il ddl Alfano e cioè da un provvedimento approvato da un ramo del parlamento, come ha spigato Enrico Costa il capogruppo pidiellino in commissione giustizia. Naturalmente guai a pensare che che possa esserci qualsiasi correlazione con la richiesta per l’utilizzazioni delle intercettazioni che riguardano Verdini & co alla giunta per le autorizzazioni.

Insieme all’agognata stretta sulle intercettazioni, condivisa nella sostanza dal Pd e rilanciata con particolare e vibrante slancio da Giorgio Napolitano quando sollevò il conflitto di attribuzione nei confronti della procura di Palermo per la casuale intercettazione con Nicola Mancino, poi imputato per falsa testimonianza, ricomincia anche la crociata per la responsabilità diretta dei magistrati.

E in questo caso probabilmente si ripartirebbe dall’emendamento incostituzionale del leghista Pini che si risolveva in una vera e propria intimidazione nei confronti dei magistrati con una generica responsabilità diretta per “violazione di legge” che di fatto sconsiglierebbe a qualsiasi non eroe di avventurarsi in inchieste a carico di un potente dotato di mezzi illimitati e già favorito da una ventennale legislazione ad personam.

Il clima in cui tali iniziative si inseriscono è noto e fin troppo evidente.

Dopo la condanna in secondo grado per i diritti Mediaset e la prospettiva concreta che la sentenza di Cassazione arrivi in tempo con la conferma dell’interdizione dai pubblici uffici e dopo le richieste dell’accusa al processo Ruby, dare un messaggio immediato alla magistratura è prioritario e fondamentale.

Lo scatenamento scomposto e ridicolo nei confronti di Ilda Boccasini che include le performance canore di Giuliano Ferrara en travesti e i proclami bellicosi dalle testate di famiglia della figlia  Marina confermano, davanti alla gravità di accuse strigenti e “per tabulas”, come ama dire spesso l’imputato Berlusconi compiaciuto della sua tecnicalità giuridica, la gravità della sua situazione processuale. 

Ma non bisogna dimenticare che Berlusconi nelle stesse ore è stato ascoltato in presenza dei suoi legali a  Roma per mezzo pomeriggio come testimone indagato in procedimento connesso per i 500mila euro a Tarantini nel 2010, grazie all’intervento di Lavitola, già condannato a Napoli a 2 anni e 9 mesi.

E sempre da Napoli è partita la richiesta di rinvio a giudizio per l’accusa molto circostanziata di compravendita di senatori finalizzata alla caduta di Prodi, la più infamante sotto il profilo della credibilità e della dignità politica che da sola avrebbe dovuto sconsigliare e scongiurare qualsiasi tentazione di larghe intese.

Ma nel Pd contro ogni elementare logica, opportunità e convenienza, tenuto conto che alla questione morale sono allergici da quando venne segnalata come priorità da Enrico Berlinguer, continuano a pensare che il governo Letta-Alfano “non sarà appeso ai processi di Berlusconi” e che i suoi portavoce sono partner affidabili per le riforme costituzionali.   

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