L’elezione del nuovo Papa, quel Francesco che ha caricato di elementi simbolici la sua prima apparizione al balcone in Piazza San Pietro (il vestito bianco, la croce di legno anziché d’oro, il tono amichevole e semplice con cui si è rivolto alla folla, l’inchino davanti ai fedeli, il saluto finale ecc.), ha fatto di colpo invecchiare stratosfericamente il dibattito assai surreale che aveva animato il quadro politico negli ultimi due giorni.

Bersani risponde a Celentano”, titolava in prima ieri Repubblica. Quel titolo è una spia della mancanza di idee che connota il panorama politico italiano. Sarebbe stato possibile leggere su un giornale anni Cinquanta “De Gasperi risponde a Nilla Pizzi” o vent’anni dopo “Berlinguer risponde a Lucio Battisti”? Non sarebbe stato possibile perché compito della politica dovrebbe essere non tanto quello di stare in scena a qualsiasi costo, in modo autoreferenziale, ma quello di amministrare la cosa pubblica e, insieme, di costruire un modello di futuro. Un’utopia, magari. Uno scenario che fosse capace di dare al popolo (che bella parola, ormai desueta – eppure anticamente frequentata, soprattutto dalla sinistra: “avanti popolo!” – e risorta ieri nelle parole del Papa argentino), capace dunque di dare al popolo una speranza attraverso un disegno ideale, delle parole, dei gesti simbolici. De Gasperi o Berlinguer avevano un’idea di futuro, magari irrealizzabile oppure carica di contraddizioni, ma ce l’avevano. E La Pira, il sindaco di Firenze, aveva un’idea di presente, e aveva anche la forza di testimoniare con gesti personali quale dovrebbe essere il contegno di chi guida la cosa pubblica. Ciò che invece manca alla classe politica attuale, e in particolare alla sinistra, cioè alla parte che dovrebbe essere più in grado di disegnare orizzonti (ah, il sol dell’avvenire…) è proprio questa capacità di articolare azioni e progetti, scelte operative e utopie, presente-testimonianza e futuro-speranza.

Di qui il linguaggio politichese della replica di Bersani a Celentano, ma anche il tono un po’ astratto della lettera di Celentano a Bersani del giorno prima. Nell’una come nell’altra non c’è mai una parola di passione né di com-passione (essere sulla stessa lunghezza d’onda passionale di coloro che dovresti rappresentare). Tutto è scaduto al rango di un mercato delle micro-azioni: aderisco alle tue idee sull’ambiente ma non a quelle sul finanziamento pubblico (anche perché se no i seimila euro netti al mese per la direttrice di Youdem dove li trovo?), ecc. ecc.

Eppure sarebbe così semplice invertire la rotta, dare la speranza, fare un gesto: basterebbe inchinarsi davvero davanti al popolo, come ha fatto in una sera di marzo un papa venuto dalla fine del mondo.

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