Mi si nota di più se bacio un cagnolino o se spolvero la sedia dalle tracce del sedere dell’avversario? Sono più normale se mi tiro giù una birretta in diretta o se mi commuovo parlando della mamma? Buco meglio il video se faccio il simpatico frizzante o se faccio l’iracondo giustiziere?

Piaccio di più alla Gggente se parlo come loro e li faccio sentire ganzi come me o se parlo difficile e li faccio sentire dominati da uno più ganzo di loro? Mi smarco meglio dalla massa dei politici sputtanati se c’ho il loden e il trolley o se c’ho il maglioncino marchionne e la maserati in sosta vietata?

Questi e altri interrogativi occupano le menti altrimenti leggere degli aspiranti alla guida del Paese. Come incontrare il favore del pubblico. Come calamitare sulle proprie persone, nella media piuttosto usurate per età e permanenza sugli schermi della politica, il gradimento del popolo. Logico che, essendo questo lo scopo prioritario del concorrente alle elezioni, egli è costretto a dare spettacolo, a tirare l’applauso.

Vive da settimane sull’orlo di un gigantesco proscenio, a sgomitarsi la parte di protagonista. Consapevole che non conta tanto il copione quanto la capacità di recitarlo bene. Commuovendo o divertendo. A noi, sprofondati nel buio della platea, non ci resta che ridere.

Il Fatto Quotidiano, 10 Febbraio 2013

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