Sparita. Improvvisamente ricomparsa. E’ polemica attorno a una frase che il partito democratico aveva in un primo tempo escluso dalla sua piattaforma 2012. Questa. “Gerusalemme è e rimarrà la capitale dello Stato d’Israele”. Dopo una raffia di accuse di parte repubblicana, la frase è stata reintegrata al momento del voto sul programma. I delegati hanno votato per acclamazione, anche se dalla platea della Convention di Charlotte si sono chiaramente sentiti boati di disapprovazione.

La bagarre su Gerusalemme capitale non è stato un incidente isolato. Dalle pagine della piattaforma democratica era scomparso anche ogni riferimento a “God”, Dio, presente nelle piattaforme 2004 e 2008, sostituito con l’affermazione che la fede “ha sempre avuto un ruolo centrale nella storia americana, ed è stata una forza decisiva di progresso e giustizia”. Anche qui, dopo le accuse repubblicane, nella cui piattaforma la parola “Dio” compare almeno dieci volte volte, c’è stato un rapido dietrofront. Nel programma democratico, “Dio” è tornato a essere “una forza centrale della storia americana”.

Ovviamente la questione di Gerusalemme ha un significato, politico e diplomatico, molto maggiore rispetto alla presunta scelta agnostica della Convention. Sull’“amnesia” democratica si erano immediatamente lanciati i repubblicani. La Republican Jewish Association aveva comprato intere pagine di giornali ebraici di North Carolina, Ohio, Florida, Pennsylvania, Nevada. Con il titolo: “Cosa manca nella piattaforma di Obama 2012”, il gruppo aggiungeva un ulteriore dettaglio. Dai piani democratici era sparito anche il riferimento alla necessità di isolare Hamas.

“L’elezione di Obama significa la distruzione dello stato ebraico”, urla da giorni Michael Levin, presenza fissa fuori della Convention qui a Charlotte (girava per le strade di Tampa, dai repubblicani, urlando lo stesso concetto ed esibendo la stessa bandiera double face: da un lato americana, dall’altro israeliana). A livello più ufficiale, Paul Ryan, il candidato repubblicano alla vicepresidenza, ha spiegato che “i democratici hanno minato l’appoggio nazionale a Israele”. E più volte Mitt Romney in questi mesi ha ripetuto che “Obama ha gettato Israele sotto un autobus”.

La risposta democratica è arrivata immediatamente. Marie Harf, portavoce di Obama, ha ricordato i 10 miliardi in aiuti militari inviati da questa amministrazione in Israele negli ultimi tre anni, aggiungendo che “nessuno può leggere la piattaforma e pensare che il presidente sia stato qualcosa di meno di un fermo supporter di Israele”. La decisione di reintrodurre il riferimento a Gerusalemme capitale rivela comunque la volontà di non allargare le polemiche. Sembra anzi che lo stesso presidente sia personalmente intervenuto, per chiedere di ripristinare la frase incriminata. Diversi testimoni descrivono un Obama particolarmente furioso, per un incidente che rischia di rilanciare le accuse alla sua amministrazione in tema di rapporti con lo stato ebraico.

Sulla questione di Gerusalemme capitale si gioca del resto da anni una partita soprattutto politica, dove retorica e calcolo si mischiano alla realtà dei rapporti internazionali. Nella piattaforma repubblicana del 2004, per esempio, come in tutte quelle successive, compare un esplicito riferimento a “Gerusalemme capitale indivisibile” dello stato ebraico. In realtà George W. Bush, nonostante le dichiarazioni di facciata, ha sempre resistito alle pressioni del Congresso repubblicano per trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.

L’obiettivo esplicito dei repubblicani è stato quello di impadronirsi della maggioranza del voto ebraico, che rappresenta circa il 2% della popolazione ma che risulta particolarmente importante in battleground states come la Florida e la Pennsylvania. Il primo viaggio all’estero di Mitt Romney ha toccato proprio Israele. A Gerusalemme, dopo una visita al Muro del Pianto, Romney ha affermato che gli Stati Uniti devono fare tutto “per appoggiare il governo israeliano e negare all’Iran la possibilità di ottenere il nucleare”. Un’affermazione subito interpretata come un appoggio del candidato repubblicano a un eventuale attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani. Lo sforzo per strappare il voto ebraico non pare comunque, almeno sinora, destinato a realizzarsi. Gli ebrei americani votano compatti per i democratici almeno dagli anni Venti del Novecento. Il fenomeno non ha mai avuto flessioni, anzi, per certi aspetti si è rafforzato. Ragioni culturali, sociali, economiche fanno degli ebrei americani il segmento tendenzialmente più liberal del voto USA. Circa il 70% degli ebrei americani ha votato nel 2008 per Barack Obama.

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