Madrid si sveglia tra le urla di protesta della piazza e ammette, volente o nolente, di essere pronta a implementare un programma di austerity senza precedenti. Aumento delle imposte, taglio alla spesa, via alla tredicesima per gli statali: tutto già deciso, tutto non negoziabile. Da un lato c’è il piano di intervento che dovrebbe garantire la salvezza delle banche nazionali, dall’altro il contraltare del commissariamento esterno. Madrid come Lisbona, dunque. E se in futuro toccasse anche a noi? A quando Roma come Madrid? Mai, verrebbe da dire, almeno guardando ai fondamentali del sistema economico. Ma non si può negare che la paura esista. Così come non si può negare che da tempo (per lo meno dallo scorso marzo quando rimproverò Rajoy di “non aver prestato alle finanze pubbliche la stessa attenzione dedicata alle riforme del mercato del lavoro”) Mario Monti guardi alla Spagna con crescente preoccupazione, come se avesse notato un filo rosso che conduce alla catastrofe. E che, nonostante tutto, non riusciamo a recidere.

L’impressione, forse, è che per troppo tempo ci si sia concentrati sullo spread sbagliato. Un po’ come se il problema di fondo non si collocasse tanto nel differenziale per antonomasia – quel divario Italia-Germania che pure, a sentire oggi le parole del numero uno di Bankitalia Ignazio Visco resta probabilmente “di gran lunga superiore a quanto sarebbe giustificato dai fondamentali della nostra economia” – quanto piuttosto in quello scarto eccessivamente sottile che separa Roma da Madrid. L’Italia non ha conosciuto l’orrore della bolla immobiliare spagnola, vanta livelli di risparmio privato enormemente superiori, conserva un sistema bancario relativamente solido, sta raggiungendo buoni risultati nel programma di riduzione della spesa e del deficit. Eppure, nonostante tutto, i suoi costi di finanziamento di lungo periodo sono solo leggermente inferiori a quelli della Spagna. Insomma, sarà pure insensato che i Btp decennali rendano ben 460 punti in più dei solidissimi bund di Berlino. Ma ancora più assurdo, forse, è che concedano agli investitori appena 80-90 punti in meno degli omologhi spagnoli.

Sembra un tecnicismo, ma in realtà siamo al cuore del problema. L’Italia ha fatto il suo ma non ottiene risultati. Abbiamo un tasso di disoccupazione che è la metà di quello spagnolo, ma i mercati ci collocano molto più vicino a Madrid che a Berlino. Perché? La spiegazione è nota da tempo: si chiama “effetto domino” ed è la classica rappresentazione della profezia che si auto adempie. Non passa giorno senza che qualche analista di mercato ci ricordi quanto sia diffusa la percezione che dopo la Spagna debba toccare necessariamente all’Italia. Una convinzione che rischia di materializzarsi da sola. Per questo i destini italiani sono legati a quelli iberici. Per questo l’interrogativo diventa oggi sempre più pressante: e se il piano di austerity lanciato da Rajoy non dovesse funzionare?

E’ l’esito più temuto di una strategia pensata, decisa e implementata a livello europeo. La Spagna, ormai è evidente, non ne può nulla. Le prime righe del memorandum d’intesa tra Madrid e la Ue cancellano ogni dubbio: “Le autorità spagnole (…) – si legge – si impegnano a consultarsi ex ante con la Commissione europea e la Bce sull’adozione delle politiche finanziarie (…) che possono avere un impatto materiale sul raggiungimento degli obiettivi programmatici. A essere sollecitato sarà anche il parere tecnico del Fondo Monetario Internazionale”. Tradotto: la Spagna è ormai commissariata, ha ceduto una parte della propria sovranità, si è incamminata lungo una strada che conduce alla recessione cronica e che, fino a oggi, ha dimostrato di non poter funzionare. Insomma, Madrid è diventato lo spauracchio di Roma. Il quadro di ciò che, almeno in linea teorica, potremmo ritrovarci a sperimentare se le strategie europee dovessero fallire. Il quadro di ciò che, secondo qualcuno, avrebbe dovuto toccarci già in passato.

Nel corso del G20 di Cannes (3-4 novembre 2011), ha spiegato oggi Monti parlando di fronte all’Abi, Berlusconi fu sottoposto “a una pressione sgradevolissima, per lui e il Paese, prossima all’umiliazione che sostanzialmente, nell’intenzione dei prementi, avrebbe portato l’Italia a cedere buona parte della sua sovranità e discrezionalità”. Un’affermazione pesantissima che lascia intendere ciò che l’attuale premier non può dirci ma che in realtà è ormai chiaro a tutti: otto mesi fa l’Italia, tenuta a galla sui mercati dagli acquisti di titoli da parte della Bce, viaggiava verso il commissariamento. Un’eventualità evitata di fatto solo con la nomina di Monti, una delle personalità più rispettate d’Europa, garante di una svolta che, in circostanze normali, si sarebbe concretizzata solo sotto la guida della Troika.

Monti resterà al suo posto fino al 2013 tentando di promuovere quella strategia di protezione dagli attacchi dei mercati che l’Europa fatica ad approvare. Sullo sfondo i nuovi programmi di finanziamento che coinvolgeranno la Spagna attraverso le temute emissioni obbligazionarie dei prossimi mesi. L’assist implicito alla speculazione è evidente, e l’Italia, suo malgrado, si troverà in prima fila. “Nei mercati finanziari non ci sarà quindi alcuna pausa estiva che possa farci dimenticare i passettini timidi dei ministri delle finanze” ha dichiarato oggi l’europarlamentare tedesco Sven Giegold, portavoce dei Verdi nel Parlamento europeo per le questioni politiche e finanziarie. “Il governo spagnolo ha già programmato nuove aste il 24 luglio e quindi il 7 e il 21 agosto. I ministri delle finanze stanno quindi facendo il loro meglio, evitando di approvare riforme più decise, per portare la Spagna sotto la protezione del fondo di salvataggio e per rovinarci le vacanze estive”. Insomma, il disastro è ancora lontano. Ma è probabile che tra luglio e agosto, esattamente come l’anno scorso, farà di nuovo molto caldo.

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