Le politiche degli enti pubblici talvolta sono schizofreniche. Come si fa a puntare su una riduzione generalizzata dei rifiuti e, nel contempo, autorizzare un inceneritore? È quello che hanno fatto la Provincia di Torino ed il Comune di Torino, sul cui territorio (località “Gerbido”, da cui il nome) l’inceneritore sta infatti sorgendo.

Inceneritore per il quale è stato disposto il rinnovo dell’ autorizzazione integrata ambientale (Aia), che è stata impugnato al Tar dal Movimento Rifiuti Zero di Torino, Pro Natura e privati cittadini chiedendone la sospensiva.

Ma abbandoniamo il linguaggio avvocatesco per scendere nel pratico.

L’aspetto che sovente caratterizza le procedure autorizzative in materia ambientale è quello di seguire decisioni già assunte dallo stesso ente che le deve poi rilasciare l’autorizzazione : la Provincia incentra tutto il piano di gestione dei rifiuti – come nel caso di Torino – sull’incenerimento, dopo di ché è la stessa Provincia che deve rilasciare l’Autorizzazione Integrata Ambientale a chi si occuperà di costruire e gestire l’inceneritore. Con tali premesse l’esame di soluzioni alternative non è destinato ad essere altro che una pura formalità. Ma diciamo anche che nel caso di un inceneritore non valutare seriamente le alternative è molto grave. Perché, checché ne dicano i proponenti, l’incenerimento dei rifiuti fa male, e ci sono nel mondo fior di studi che dimostrano come nella popolazione che vive nelle vicinanze degli inceneritori aumentino malformazioni genetiche, neoplasie, patologie cardiorespiratorie e disturbi endocrini. Basti guardare Brescia, con il suo inceneritore più grande d’Europa, ed il suo eccesso di ricoveri e di mortalità per patologie respiratorie.

Costruire un inceneritore però non solo è dannoso, ma è anche sciocco per almeno due motivi.  Primo motivo. Se davvero vuoi sempre più aumentare la raccolta differenziata, non vai a realizzare un inceneritore, perché, come dicevo nell’esordio, allora sei schizofrenico, in quanto l’inceneritore non potrà che far diminuire la raccolta differenziata, altrimenti, se differenzi drasticamente, come lo alimenti? Secondo motivo: l’inceneritore è carissimo (costo previsto per quello del Gerbido: circa 530 milioni di euro) sia nella costruzione che nella gestione, ed è talmente caro che necessita di contributi pubblici per coprire i buchi. Tra l’altro, parentesi, strano modo questo di essere liberisti. Viviamo in uno stato liberista che copre i buchi delle stazioni invernali dovuti all’innevamento artificiale, finanzia gli inceneritori, costruisce la Tav: un liberismo strabico, si direbbe (chiusa parentesi). Così, anziché investire soldi pubblici ad esempio nella raccolta

Ma allora, perché costruire un inceneritore? Che diavolo, l’ho appena detto: proprio perché costa tanto, perché viviamo in un paese in cui si fanno le grandi opere, anche se sono buchi neri, anche se dissanguano le finanze pubbliche, anche se danneggiano la popolazione. Altra parentesi: al cantiere dell’inceneritore di Torino ci sono già state due morti bianche. Fa già morti prima di entrare in funzione (chiusa parentesi). Mi sono quasi perso. Dov’ero rimasto? Ah, sì, le grandi opere, dietro ci sono sempre i grandi interessi privati, se non per la gestione, almeno per la costruzione. A cui i nostri partiti, si sa, sono così sensibili.

Ecco, non troverete propriamente queste parole nell’impugnativa dell’autorizzazione ambientale dell’inceneritore di Torino. Ma la sostanza è questa. Adesso vedremo cosa dirà il Tar, perché ormai è facile trovare illegittimità nell’azione della pubblica amministrazione e, come dice il consigliere regionale Davide Bono: “l’Italia è una repubblica fondata sul Tar.”

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Giornalisti, che ne sapete di cambiamenti climatici?

prev
Articolo Successivo

Un’alleanza contro gli sprechi alimentari

next