Lea Garofalo

Sei ergastoli per l’omicidio di Lea Garofalo, la testimone di giustizia sequestrata a Milano nel 2009, poi uccisa e sciolta nell’acido in un terreno di Monza. Lo ha deciso la Corte d’Assise di Milano, presieduta da Anna Introini, che oggi ha condannato al carcere a vita l’ex compagno della donna, Carlo Cosco, e gli altri 5 imputati. Accolte integralmente le richieste del pm Marcello Tatangelo.

I giudici della Prima corte d’Assise hanno condannato Carlo Cosco e il fratello Vito a 2 anni di isolamento diurno, mentre Giuseppe Cosco, Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino a un anno di isolamento diurno. I danni patiti dalle parti civili, hanno stabilito i giudici, verranno determinati in separata sede. Come provvisionale, però, gli imputati dovranno risarcire la figlia della vittima, Denise Cosco, per 200mila euro, la madre e la sorella, per 50 mila euro ciascuna. Al Comune di Milano, anch’esso costituitosi parte civile, sono stati riconosciuti 25 mila euro. A Carlo Cosco, padre di Denise, la sentenza toglie la potestà genitoriale, così come agli altri cinque imputati.

”Il fatto più importante oggi è che una giovane ragazza a cui hanno ucciso la mamma ha avuto il coraggio di essere testimone di giustizia. Ha rotto la paura e l’omertà e ha portato il suo contributo a scrivere una pagina di giustizia e verità”. E’ questo il pensiero che Denise ha fatto filtrare attraverso il suo legale Vincenza Rando. La ragazza, 20 anni, ha atteso la sentenza in una sala separata dall’aula per motivi di sicurezza. Il legale ha sottolineato l’intelligenza e il coraggio di Denise, che si è costituita parte civile contro il padre imputato nel processo.

Il caso Garofalo ha fatto scalpore a Milano. Alla lettura della sentenza erano presenti in aula don Luigi Ciotti, presidente di Libera – i cui legali hanno patrocinato la figlia e la madre della donna uccisa –  il presidente onorario dell’associazione Nando dalla Chiesa – con gli studenti di “Stampo antimafioso” – e il consigliere regionale di Sel Giulio Cavalli.

“Dobbiamo inchinarci davanti a una ragazza giovane che ha saputo trovare il coraggio di spezzare i cerchi mafiosi”, ha ribadito don Ciotti riferendosi a Denise. “L’ha fatto per sua madre, per dare giustizia a sua madre”.

Il legale di parte civile della famiglia di Lea Garofalo, Roberto D’Ippolito, ha sottolineato che la Corte “ha dimostrato di aver capito la gravità di questo crimine”, perché probabilmente per Milano questo è stato “il primo caso di lupara bianca”.
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