Tramonto del giornale di lotta comunista

“il manifesto” era il quotidiano della tradizione comunista italiana e mezzo di comunicazione privilegiato degli eurocomunisti. Ora il quotidiano è sull’orlo del fallimento. I lettori sono scappati, gli incentivi statali sono stati ridotti e i vecchi argomenti non funzionano più da tempo.

Testata: Spiegel
Data di pubblicazione: 15 febbraio 2012
Articolo originale di: Hans-Jürgen Schlamp
Traduzione di Francesco e Michele per italiadallestero.info

Loredana, 51 anni, è “molto molto triste”. La professoressa di Roma legge il quotidiano “da quando ho la facoltà di pensare”. Anche suo marito Roberto, 58 anni, è scuro in volto. “È un’epoca che finisce” dice. Ed è proprio questa l’impressione. Perché “il manifesto” non era solo indiscutibilmente il più importante organo della sinistra italiana. Anche tra gli intellettuali francesi e tedeschi era diventata una consuetudine citare “il manifesto”. Il giornale era piccolo, ma importante. Ora è in liquidazione. Coperto di debiti.

I redattori sperano ancora nel miracolo. Che i 16.000 lettori rimasti intervangano per finanziarlo. Che dall’oggi al domani arrivino in massa nuovi abbonati o che improvvisamente tutti ne chiedano una copia in edicola. O infine che lo stato intervenga con generosi finanziamenti. In realtà le prospettive per tutte queste opzioni sono cupe. La fine di un esperimento politico è all’orizzonte: i tempi sono cambiati, il giornale no, e sul lungo termine questo non va bene.

Don Camillo e Peppone
Il primo numero del quotidiano “Il Manifesto” risale al 1971. Nei due anni precedenti il giornale era esistito in forma mensile. Da oltre due decenni l’Italia era politicamente divisa in due fronti contrapposti: a destra c’era la Democrazia Cristiana (DC), a sinistra il Partito Comunista Italiano (PCI), proprio come nei film di “Don Camillo e Peppone”. Nel romanzo e nel film era come nella vita reale: il più delle volte vincevano i cristiani ammanicati, ma anche i cocciuti comunisti erano forti.

Il PCI era il più grande partito comunista del mondo occidentale. Ed è stato “dalla nostra nascita, in un certo qual modo, il nostro avversario” racconta la direttrice de “il manifesto” Norma Rangeri durante un’intervista al quotidiano tedesco Die Tageszeitung. “Volevamo mostrare con chiarezza che si poteva essere comunisti senza dover necessariamente sostenere il partito comunista sovietico”, che anche da comunisti si potevano avere “idee libertarie”.

La Rosa Luxemburg degli anni ’70
I fondatori del giornale erano dei funzionari del PCI espulsi nel 1969 che gravitavano intorno al giornalista Luigi Pintor e alla scrittrice Rossana Rossanda, “la Rosa Luxemburg degli anni settanta” come era chiamata da molti. Erano tutti comunisti convinti, ma protestarono contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e simpatizzarono con i movimenti studenteschi del ’68. Per i sostenitori della linea dura erano dei dissidenti e quindi furono allontanati dal partito. “I fratelli se ne pentiranno amaramente”, tuonò Rossana Rossanda, promettendo vendetta: “Non saremo la loro polmonite, ma piuttosto una febbre persistente, la loro malaria”. Ed ebbe ragione. Perché per la sinistra non dogmatica il nuovo organo di stampa divenne la piattaforma a lungo attesa per le discussioni pubbliche.

La tiratura raggiunse in brevissimo tempo le 45.000 copie al giorno, un vero record per l’Italia. Conteneva pochissimi annunci pubblicitari e per mancanza di fondi non era abbonato a nessuna agenzia stampa: i redattori dovevano ricercare tutto da soli e decidere i temi da trattare. E gli riuscì così bene che il fedele giornale di partito del PCI, “L’Unità”, si trovò a dover mettere in guardia i suoi lettori dai critici impertinenti: “Diffidate del nuovo giornale! Vuole solo distruggere ciò che la sinistra italiana ha ottenuto al prezzo di dure battaglie”.

Ma gli intellettuali furono attratti da “il manifesto”. Lo spirito della sinistra aveva trovato una nuova casa. A detta dei lettori la sinistra conservativa era un insieme di “borghesi della peggior specie” come scriveva “il manifesto”. Il nuovo “Eurocomunismo” parte anche da qui, dal tentativo di conciliare comunismo e libertà civili. Numerosi intellettuali scrivevano regolarmente articoli e approfondimenti, come per esempio Umberto Eco, filosofo e più tardi autore di best-seller mondiali (Il nome della rosa).

Dopo la caduta del muro, la fine
Ma l’ascesa non fu duratura. Nel 1989 il “socialismo reale” si sgretolò. A Berlino Est come a Mosca. E da quel momento iniziò la rovina della sinistra organizzata e dei suoi organi di stampa. Con lo sgretolamento del PCI, “il manifesto” perse non solo l’oggetto delle sue critiche quotidiane, ma rapidamente anche il suo orientamento politico. Il collettivo di giornalisti e i suoi lettori, il cui numero diminuiva drasticamente, continuarono a sognare l’imminente rivoluzione, mentre la “massa dei lavoratori”, già di per sé esigua, e gli studenti l’aveva abbandonata da tempo.

Dopo le elezioni del 2008, per la prima volta dalla seconda Guerra Mondiale, non furono eletti comunisti in Parlamento. Solo “il manifesto” manteneva solida la sua fede comunista, “Quotidiano Comunista” si legge ancora oggi nell’intestazione. E così, di un giornale che un tempo aveva cambiato la politica, ne è rimasto un giornalino a uso e consumo di qualche compagno.
“Oggi siamo forse più importanti che mai”, con queste parole l’anno scorso tentava di farsi coraggio la caporedattrice Rangeri in occasione del 40esimo anniversario del giornale. “Perché siamo rimasti il luogo in cui le anime diverse e contrastanti della sinistra riescono a comunicare tra loro”. Cosa che però a oggi la maggior parte della gente fa molto più volentieri tramite internet.

Finanziamenti dal nemico di classe
Così si è giunti al punto in cui il giornale riusciva a sopravvivere solo grazie alle sovvenzioni del governo di Silvio Berlusconi. Circa tre milioni di euro l’anno, questa è la cifra che il giornale comunista riceveva da coloro che si dichiaravano apertamente nemici dei comunisti. Anche altri giornali, soprattutto piccoli giornali regionali, di partito o sindacali, sono tenuti in vita dai sussidi statali.

Ma Berlusconi prima e il suo successore Mario Monti dopo hanno deciso di chiudere i rubinetti, riducendo i fondi da 175 a 50 milioni di euro. Inoltre le sovvenzioni pubbliche sono calcolate e corrisposte a posteriori. Per “il manifesto” significa ricevere dalle casse dello stato solo uno dei precedenti tre milioni. E questo non basta assolutamente per ripagare i debiti. Molti giornali, sia di destra sia di sinistra, sono nella stessa situazione.

Per questo la caporedattrice Rangeri attacca la politica con delusione. “Stanno uccidendo il pluralismo!” afferma, augurandosi un largo movimento di protesta della popolazione. Che però non sembra che ci sarà. Perché persino il piccolo gruppo di fedeli lettori di quel che è rimasto de “il manifesto” capisce che per l’esperimento degli anni ’70 il tempo è scaduto. “Negli ultimi tempi”, così dice Loredana, una di questi pochi fedeli, i contenuti del giornale hanno preso sempre più “le distanze dal mondo reale“. Già da tempo i testi sarebbero diventati troppo complicati per poter essere compresi dalla massa dei lavoratori o da altre persone senza un’istruzione universitaria.

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