Pietro Basso, nell’ultimo libro da lui curato, Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia (Franco Angeli, 2010), afferma che “il primo propellente del revival del razzismo in corso è il razzismo istituzionale, e i suoi primi protagonisti sono proprio gli Stati, i governi, i parlamenti: con le loro legislazioni speciali e i loro discorsi pubblici contro gli immigrati, le loro prassi amministrative arbitrarie, la selezione razziale tra nazionalità ‘buone’ e nazionalità pericolose, le ossessive operazioni di polizia e i campi di internamento” (p. 9). E’ una tesi controcorrente, non c’è dubbio, non solo rispetto ai discorsi massmediatici, dove la rappresentazione dominante vede il razzismo come un processo che sale dal basso verso l’alto, sviando l’attenzione dei più sui sentimenti e sui comportamenti ostili diffusi a livello popolare verso gli immigrati, ma anche rispetto a quelle produzioni accademiche che, acriticamente, adottano il medesimo punto di vista, finendo per fare così “la guardia del corpo dell’imperatore o accontentarsi di produrre aria fritta a mezzo di aria fritta” (p. 9).

Ebbene, eccolo qui il razzismo istituzionale, certificato con tanto di sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha condannato l’Italia per il respingimento in alto mare dei profughi provenienti dall’Africa nel 2009.  Per 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei, la Corte europea ha accertato il trattamento inumano e degradante (art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) perpetrato da parte dello stato italiano. La Corte ha rilevato, inoltre, la violazione dell’art. 4 del protocollo n. 4 della sopramenzionata Convenzione (che vieta l’espulsione collettiva) nonchè dell’art. 13 (che garantisce il diritto individuale ad un ricorso effettivo, ovvero l’Abc della civiltà giuridica).

Il respingimento degli immigrati in alto mare da parte dello stato italiano è un puro atto di razzismo, se per razzismo s’intende – come ci insegna Franz Fanon – la riduzione allo stato di assoluta inferiorità (giuridica, politica, economica, culturale) di individui o popoli. E l’Italia è, in questo senso, avanguardia in Europa. Non che il razzismo istituzionale costituisca una novità in Europa, o in Italia, – basti pensare, a tal proposito, al razzismo istituzionale sviluppato a giustificazione delle imprese coloniali o in corrispondenza di frangenti storici drammatici –, ma il balzo in avanti che si è registrato con le politiche e le leggi dei governi Berlusconi non ha precedenti nella storia repubblicana.

La guerra agli immigrati, però, è stato il leit-motiv di tutti i governi degli ultimi venticinque anni. E in questa guerra hanno avuto un ruolo centrale i provvedimenti legislativi (leggi e decreti) e amministrativi (circolari, direttive) dello Stato, in quanto fattori di socializzazione della paura e di promozione del razzismo di massa. Non sono di certo mancati in questi anni le critiche e gli ammonimenti lanciati ai vari governi italiani (di centro-sinistra e di centro-destra) da vari organismi europei (Commissione europea, Parlamento europeo, Consiglio d’Europa) ed internazionali (Fundamental Rights Agency di Vienna, Osce, Unhcr, Onu). Nel suo rapporto del marzo 2007, Daudou Die’ne, relatore speciale presso l’Onu, affermava, infatti, che la legge Bossi-Finiha messo l’accento più sulla sicurezza che sull’integrazione degli immigrati”, giungendo a parlare espressamente di “schiavizzazione” degli immigrati in Italia.

Le politiche sperimentate sugli immigrati nel “laboratorio-Italia” hanno conosciuto però, in seguito, una larga espansione in tutta l’Europa (sia nelle legislazioni nazionali di ciascun paese membro sia nella legislazione comunitaria) e, così, i richiami fatti all’Italia, appaiono, in questa prospettiva, più come un gioco delle parti che delle vere critiche che puntano a scoraggiare seriamente le politiche razziste. Ciò vale anche per alcuni ammonimenti europei sui respingimenti in alto mare effettuati dal governo italiano, considerato che, in Europa, anche a livello comunitario, si rafforza sempre di più la pratica del pattugliamento congiunto delle coste africane per “bloccare le partenze”. L’ultimo accordo, in tal senso, risale al vertice italo-francese dell’8 aprile 2011, finalizzato a “bloccare le partenze” dalla Tunisia.

Tuttavia, la decisione della Corte di Strasburgo, che condanna l’Italia al pagamento di 15 mila euro agli stranieri ingiustamente ed illegittimamente respinti (si tratta dei soli ricorrenti, naturalmente), può essere letta come un forte segnale, in controtendenza con le politiche finora sviluppate in Europa e, soprattutto, in Italia. La sentenza, infatti, è chiara e senza ambiguità: da un punto di vista giuridico blocca i respingimenti in mare, sotto il profilo politico, invece, intima allo Stato italiano di cambiare radicalmente la politica sugli immigrati.

La sentenza, ad avviso di chi scrive, segnala anche lo stato di barbarie in cui si è arrivati e lancia un forte allarme su ciò che sta avvenendo nelle “nostre” società, imponendoci di “svegliarci”, prima che su di noi scenda la notte.

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