I potenti raramente si affannano ad esternare opinioni e proposte ai quattro venti. Uno davvero potente agisce come meglio ritiene. Al limite comunica la propria decisione ai sottoposti. Troppe dichiarazioni, specie se scomposte, sono un sintomo inequivocabile di debolezza. Le scorse settimane hanno visto il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble impegnato con il suo entourage in un crescendo wagneriano di stizza («Siamo meglio equipaggiati di due anni fa» aveva detto a proposito delle conseguenze di una bancarotta greca) e rabbia impotente, sfogata attraverso proposte inquietanti come il rinvio sine die delle elezioni politiche.

Origine della frustrazione è il conflitto tra l’inflessibilità germanica e la realtà politica che per la seconda volta serve al governo tedesco una minestra avvelenata come alternativa ad una finestra alta quanto la Torre Eiffel. La partita intorno al nuovo piano di aiuti aveva un esito scontato come quelle nel campionato italiano con i portieri a libro paga dei biscazzieri. La scadenza di un’emissione da 14,5 miliarid di euro il 20 marzo cadeva in piena campagna elettorale per le presidenziali in Francia. Con una bancarotta dagli esiti dirompenti Sarkozy avrebbe dato uno struggente bacio di addio all’Eliseo e la lotta per la successione si sarebbe aperta, agli occhi d’Oltre Reno, tra la padella socialista e la brace lepennista. Nel primo caso si rischia di disfare gli accordi raggiunti e l’intesa instauratasi tra Sarkozy e la Merkel sul fiscal compact e sul riassetto istituzionale dell’Ue, nel secondo ri rischia di disfare l’Ue e la moneta unica tout court.

Il governo ed i politici greci, anch’essi in vista di elezioni politiche durissime, erano ben consci di questa realtà e non hanno lesinato smargiassate nazionalistiche e lezioni di storia ai Tedeschi (che in campagna elettorale rendono sempre). Del resto è la seconda volta che le ambizioni presidenziali di un politico francese influenzano il piano di salvataggio per la Grecia. Il primo maggio del 2010 fu Strauss Kahn a lanciare la sua campagna elettorale cucendosi addosso il ruolo di salvatore dell’Europa, con i soldi del Fmi concessi in cambio di impegni scritti sulle acque dell’Egeo. I frutti avvelenati di quel lassismo hanno reso il problema sempre più intrattabile. Oggi i mercati non hanno festeggiato l’Accordo di Carnevale che rattoppa lo scafo greco, ma non garantisce che possa tenere il mare durante la Quaresima. Spedire funzionari internazionali ad Atene per sorvegliare in loco l’esecuzione del programma non e’ una soluzione visto che quei funzionari non hanno poteri diretti sulla burocrazia ministeriale e sulla Banca di Grecia. I conti bloccati dove versare gli introiti per pagare gli interessi servono a poco in mancanza degli introiti suddetti.

Insomma a quasi tre anni dall’inizio dell’Odissea dei debiti l’Itaca della crescita e del risanamento rimane lontana, mentre il canto delle sirene che invocano la bancarotta e l’uscita dall’euro salirà suadente e mortale. L’economia greca non è autosuffciente da decenni e nella migliore delle ipotesi passeranno almeno cinque anni prima che la ristrutturazione dello stato e delle imprese (pubbliche e private) produca effetti sostanziali sempre che la pressione non venga abbassata. Oggi si concede una tregua elettorale, ma a maggio riprenderà il confronto e le vere misure di ristrutturazione saranno sul tavolo del nuovo governo. In tutto questa confusione l’unica cosa che non sfugge all’osservatore disincantato è il paradosso per cui il partito che ha portato la Grecia allo sfascio oggi sia maggioritario nei sondaggi, dopo aver cavalcato e alimentato le proteste e le violenze, a riprova (se ancora ce ne fosse bisogno) delle responsabilità collettive dell’elettorato greco prima durante e persino dopo il disastro.

Archiviato Papademos ritorneranno in pista i falsificatori di bilanci. E dopo Monti?