Vent’anni dopo l’inizio dell’inchiesta Mani pulite, l’Italia non si è ancora data una legge anticorruzione davvero efficace. E mentre si moltiplicano gli allarmi sui danni miliardari che il sistema delle mazzette infligge all’economia e al fisco, il Pdl fa quadrato per evitare che le pene vengano inasprite e che i politici coinvolti nelle inchieste vengano tenuti lontani dal Palazzo. In parlamento è chiara “la volontà del Pdl di bloccare ogni modifica che riguardi i reati di corruzione, concussione e simili”, spiega a ilfattoquotidiano.it Angela Napoli, deputata di Fli in Commissione giustizia della Camera.

Prima di passare la mano ai tecnici di Mario Monti, il governo Berlusconi ha respinto in blocco tutte le proposte che potevano rendere più efficace il contrasto al malaffare politico-amministrativo. “Per esempio l’incandidabilità dei politici coinvolti in inchieste giudiziarie, l’unificazione dei reati di concussione e corruzione, la confisca dei beni ai corrotti, l’introduzione di controlli effettivi sugli appalti e in particolare su quelli con procedura d’urgenza stile Protezione civile”, elenca Napoli. Una selva di emendamenti bocciati senza appello dall’asse Pdl-Lega.

In Parlamento, infatti, giace da quasi due anni un disegno di legge presentato da il 4 maggio 2010 da un plotone di ministri dell’ex maggioranza: Alfano, Maroni, Bossi, Calderoli e Brunetta. Dopo essere stato approvato in Senato il 15 giugno 2011, è attualmente all’esame delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera. Doveva arrivare in aula il 27 febbraio, ma il nuovo Guardasigilli Paola Severino ha chiesto più tempo per esaminare il testo e formulare i pareri del governo, che pare intenzionato a rafforzare la normativa. E’ netta però la sensazione che dietro il rinvio ci sia anche l’esigenza di sondare gli umori del partito berlusconiano.

Del resto lo aveva detto chiaro, il 26 gennaio, il vicecapogruppo de Pdl Osvaldo Napoli. Di fronte alla proposta di allungare i tempi della prescrizione per il reato di corruzione, aveva messo in guardia il Pd dal “porre all’ordine del giorno questioni che possono mettere in gravissima difficoltà il governo”. I “tecnici” di Monti, insomma, possono toccare le tasse e le pensioni, ma rischiano di cadere sul campo se a finire sotto attacco sono i reati dei colletti bianchi. Tutto questo mentre la Corte dei Conti denuncia che la corruzione costa allo Stato 60 miliardi di euro all’anno, e soltanto 75 milioni vengono recuperati in Tribunale.

Per Angela Napoli, il testo arrivato alla Camera è un “puro manifesto” senza alcuna efficacia, mentre Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in Commissione giustizia, lo definisce “acqua fresca”. Non è solo il gioco della politica visto che Greco, il gruppo anticorruzione del Consiglio d’Europa al quale l’Italia aderisce, il 27 maggio 2011 contestava la governo Berlusconi di non aver soddisfatto ben 14 delle 22 richieste rivolte al nostro paese in materia di leggi anticorruzione. Greco sottolinea in particolare che la lunghezza dei processi, combinata con le regole sulla prescrizione, fa sì che solo un numero minimo di processi arrivi a condanne definitive. A fronte di un livello di corruzione che sbatte il nostro paese nei bassifondi delle classifiche internazionali.

Il governo Berlusconi è caduto proprio mentre le commisioni della Camera si preparavano ad affrontare il tema più delicato del disegno di legge, quello relativo ai reati e alle pene. L’articolo 9 predisposto da Alfano e dagli altri ex ministri prevede aumenti di pena contenuti (massimo un anno) per reati come la corruzione e il peculato. Nell’ultima seduta, la pidiellina Jole Santelli ha proposto (invano) lo stralcio della parte penale dal resto del provvedimento. “E’ stato un tentativo di bloccare qualunque tentativo di modifica dei reati”, commenta Angela Napoli. “Non mi meraviglia, date le inchieste che coinvolgono diversi esponenti di quel partito. Ma mi pare che anche il Pd sia tiepido, perché non è esente da vicende del genere”. E la Lega di Umberto Bossi? “Fa finta di voler affrontare l’argomento, ma quando stava al governo con il Pdl, e con una solida maggioranza, avrebbe potuto proporre una legge anticorruzione più severa. Invece ha contribuito ad affossare tutti gli emendamenti”.

Tra le proposte per “indurire” il testo, Donatella Ferranti mette al primo posto l’allungamento dei tempi di prescrizione per il reato di corruzione: “Ora è di sette anni e mezzo dal giorno in cui il reato è commesso”, spiega. “O si aumenta la pena, o si stabilisce che i termini siano sospesi dopo la sentenza di primo o secondo grado, come succede in altri paesi”. Corruzione e concussione “vanno unificate, deve essere introdotto il reato di traffico d’influenze, che poi è il giro di favori delle varie ‘cricche’ emerse dalle inchieste, bisogna aumentare le misure interdittive dai pubblici uffici”. E ancora, “evitare le deroghe alle norme sugli appalti per i lavori urgenti, una maggiore trasparenza della pubblica amministrazione, norme che blocchino il cumulo di cariche”. Nonché – altra richiesta di Greco – una tutela speciale per i dipendenti della pubblica amministrazione che denuncino i colleghi o i superiori “infedeli”.

Sono in gran parte le “raccomandazioni” che arrivano da chi studia questi temi, a partire da Avviso pubblico, la rete degli enti locali contro le mafie, che con Libera ha raccolto oltre un milione di firme per sollecitare interventi legislativi contro la corruzione, a cominciare dalla confisca dei beni sul modello di quello che già avviene per i mafiosi (qui il Dossier corruzione di Avviso pubblico).

“Dopo Mani pulite le leggi sono cambiate in peggio”, denuncia il coordinatore nazionale Pierpaolo Romani. “Penso alle riforme dell’abuso di ufficio, con la maggioranza di centrosinistra, e del falso in bilancio, con quella di centrodestra”. Quanto al disegno di legge attuale, “prevede norme discutibili, come quella che affida al governo la stesura delle regole sull’incandidabilità, senza distinzione tra controllati e controllori”. Ma al di là dei codici, “i partiti hanno grandi responsabilità. E’ stato il presidente della commissione antimafia Beppe Pisanu a dire che 45 candidati alle ultime amministrative erano ‘indegni’. Non mi risulta che qualcuno di loro si sia tirato indietro”.

Vent’anni dopo Mani pulite, l’Italia non ha ancora una legge efficace contro la corruzione. E continuerà a non averla per un bel po’. Perché se passasse il testo Alfano, resterebbe “acqua fresca”. Se, come più probabile, la Camera dovesse introdurre alcune delle modifiche richieste, il testo dovrebbe tornare nuovamente al Senato. L’anno prossimo la legislatura finirà e sarà la “volontà politica” di portarlo a termine a stabilirne la sorte.