Cinema

“Il capo dice noi e intende io”, esce in dvd
il documentario sulla macchina del consenso

"Il sorriso del capo" ricostruisce attraverso i filmati dell'Istituto Luce come era organizzata nel ventennio fascista la propaganda di regime che affascinava le masse. Ieri come oggi. Perché non è la grande storia quella che interessa al regista, ma quella falsa raccontata ai tempi agli italiani

di Valeria Gandus

“Il capo dice noi e intende io. Il capo fa l’uomo nuovo. Il capo sa quello che serve. Il capo ha la folla, il capo è la folla. Il capo ha una corte, la corte lo adora. Il capo è bello, il capo è virile. Il capo non ammette tradimenti. Il capo fa promesse, il capo non mantiene le promesse. Il capo si volta, non c’è nessuno”. Con queste parole, pronunciate dal regista, inizia “Il sorriso del capo” il documentario di Marco Bechis (regista già di “Garage Olimpo”, “Hijos”) su come si costruiva, nel ventennio fascista, la fabbrica del consenso. Un lavoro sorprendente, presentato a novembre 2011 in anteprima al Festival del cinema di Torino e ora disponibile in dvd distribuito da Cinecittà Luce. La pellicola è stata realizzata infatti grazie agli sterminati archivi dell’Istituto Luce, ventimila titoli, dei quali già quattromila liberamente consultabili, conservati al Mic, il Museo interattivo del cinema di Milano, un progetto di Fondazione cineteca italiana e Regione Lombardia-Cultura che sorge nellʼarea della ex Manifattura Tabacchi. Con una sala di proiezione da un centinaio di posti, il Mic offre a tutti i visitatori un ampio archivio consultabile.

Non ci sono, nel documentario, le solite immagini viste e riviste nelle molte trasmissioni di storia in tv. Perché non è la grande storia quella che interessa al regista, ma la falsa storia raccontata allora agli italiani. “Non ho mai pensato ai documenti dell’Istituto Luce come a un archivio del reale ma a un grande serbatoio di finzione”, spiega Bechis. “Non si troveranno mai, in quei filmati, immagini di prostitue o scugnizzi, disoccupati o emigranti”. Il mondo rappresentato e diffuso allora nei cinegiornali, era una sorta di “favoloso mondo di Mussolini” dove i bimbi nascevano e venivano accuditi in cliniche modello, studiavano in scuole modello, si fortificavano in palestre e campi modello. E da bravi Balilla offrivano al volgo un modello di comportamento esemplare, per esempio improvvisandosi detective che trovavano un’infante smarrita e la restituivano (piangente: la piccina non era ancora in grado di recitare) ai grati genitori. I quali venivano a loro volta rappresentati come soldati modello, operai modello, minatori modello, cittadini modello: milioni di particelle che, “unite fra loro come le gocce d’acqua di un fiume” recita la voce fuori campo, formano quella folla oceanica che riempiva le piazze osannando il duce.

Perché a questo compito è consacrata la macchina del consenso: venerare il capo. Un capo che sorride benevolo e seducente, ieri dal balcone di palazzo Venezia, oggi dagli schermi delle sue tv, suggerisce nemmeno troppo velatamente il documentario.

Sono immagini potenti quelle che corrono sullo schermo, di grande presa e di eccellente qualità. Geometriche parate militari. Primi piani di giovani volti radiosi, campi lunghi su armoniose composizioni di giovani corpi tonici e scultorei. La mistica-estetica della “mens sana in corpore sano” tanto cara al fascismo poi copiata dal nazismo, che vi aggiunse una componente esoterica. “L’Istituto Luce nacque nel 1924, dopo le avanguardie russe e prima del nazismo” osserva Bechis. “Il celebre film di Leni Riefenstahal sulle Olimpiadi berlinesi è del 1936: il debito con i filmati fascisti italiani è più che evidente”.

E il capo, come si rappresentava? Scamiciato, simpatico, benevolo in quel comizio del 1932, a Torino, che Bechis sceglie per mostrare l’altra faccia del fascismo, quella poco o niente marziale, piaciona, familiare. “Uno di loro” si potrebbe dire; così come “uno di noi”, in maglioncino e bandana, menestrelli e figuranti, si presentava l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in versione “privata”.

Che nulla, nella costruzione del consenso, sarebbe cambiato, lo si poteva intuire già all’indomani del 25 aprile. Senza soluzione di continuità il documentario passa dai filmati dell’era fascista a uno dei primi dell’Italia liberata: le inedite immagini degli inglesi a Venezia, generali che solcano le acque della laguna su potenti motoscafi, sono offerte al solito pubblico dei cinegiornali con la consueta enfasi e il commento dell’inconfondibile “voce littoria”.

“Non sapevamo niente, non capivamo niente. Mi vergogno di ammetterlo, ma ero affascinato da Mussolini” dice un’altra voce fuori campo, quella che nel documentario commenta oggi le immagini di ieri. È la voce di un testimone d’eccezione, Riccardo Bechis, classe 1921, padre del regista.

Oggi sappiamo, e quindi dovremmo capire, un po’ di più. “Viviamo in democrazia, abbiamo accesso a innumerevoli fonti d’informazione, dal bar a internet” dice Bechis figlio. “Eppure siamo riusciti a farci incantare un’altra volta dal sorriso del capo. La capacità manipolatoria è forte oggi più di allora. E come allora non sappiamo reagire. La sinistra sta aspettando un altro capo, perpetuando così un meccanismo di delega. Io vorrei invece vedere una cittadinanza che non abbia bisogno di un capo ma si prenda, attraverso il voto per candidati conosciuti, la responsabilità del suo destino”.

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