Arrivarci significa attraversare la tormenta del weekend più freddo degli ultimi anni. A poche decine di metri, avvolte in un silenzio ovattato, sembrano surreali perfino le auto che corrono sulla tangenziale. La fermata dell’autobus 25 è a 500 metri dall’ingresso. In mezzo solo neve, tanta neve e silenzio. Non un cartello, non un segnale. Pensandoci bene, forse non è bello mettere le indicazioni con su scritto: “Dormitorio per i poveri”. E poi chi viene qui in periferia a dormire spesso viene in gruppo e c’è sempre qualcuno che la strada la sa già.

All’ingresso del Parco nord su via Stalingrado ci si accorge subito che qui a spalare non è venuto nessuno: “Alla prima neve sono passati quelli del Comune. Ma poi, chi li ha più visti?”, spiega Daniele, un operatore della cooperativa Nuova sanità, che dirige il nuovo dormitorio invernale comunale, allestito con i container messi a disposizione dalla Protezione civile dell’Emilia Romagna. “La città è grande”, ci dice al telefono l’assessore ai servizi sociali, Amelia Frascaroli, “e poi gli ospiti del campo dovrebbero dare una mano a spalare”. Del resto non è un albergo. Daniele ci ha provato a mettere alcuni dei “suoi” 70 ospiti a lavoro con pale e badili: “Spalano. All’inizio. Poi stanno lì a guardarti”.

Fuori dal ‘container reception‘ di Daniele, a 5 gradi sotto lo zero, alcuni ragazzi invece sono lì che lavorano e provano a pulire. Non è chiaro se lo facciano solo a favore di telecamera. Ma del resto, se solo vogliono usare il bagno o la doccia, un piccolo sentiero se lo devono tracciare. Sì, perché all’hotel Parco nord non ci sono bagni in camera. Bisogna uscire dalla propria stanza e correre, magari con le pantofole, sul ghiaccio fino all’unica struttura in muratura di tutta l’area. Le docce invece sono dentro altri due container e solo lì c’è l’acqua calda. Sei docce per 80 persone in mezzo alla neve.

“Che facevo? Morivo di freddo?”. Ha dovuto accettare il container Mohamed, un ventiseienne tunisino, da otto anni in Italia. Per molto tempo è stato operaio metalmeccanico. Ora, con la perdita del lavoro è finito a dormire per strada e si vergogna così tanto che vuole che usiamo un nome di fantasia. “Di solito mi arrangio per conto mio, in qualche capannone. Ma con questo freddo… almeno qui c’è un riscaldamento”.

Mohamed è tornato presto al Parco nord, gli altri suoi sette compagni di stanza arrivano più tardi e lui è venuto ad accendere le stufe. Nel container c’è tanta puzza. Il ragazzo tunisino invece è pulito, sbarbato: “Ma qui arriva chiunque: spacciatori, delinquenti. Come vicino di letto puoi avere chiunque”.

La stanza di Mohamed ha però un problema che notiamo subito. Basta il primo spiffero di freddo ghiacciato che ci arriva appena entriamo dentro. La porta è rotta. Gli ospiti la tengono legata con una sciarpa, ma serve a poco. Spesso nel cuore della notte si apre. “Quando siamo congelati allora ci accorgiamo che c’è qualcosa che non va”. Chi dovrebbe aggiustare quella porta? “Lo dovrebbe fare la Protezione civile che ha messo a disposizione i container”, spiega Daniele .

L’operazione container al Parco nord era nata all’inizio dell’inverno proprio su un’idea dell’assessore Frascaroli. Vista la carenza di fondi, ma vista anche la presenza in città di nuovi immigrati (dopo l’arrivo di molti nordafricani nella prima metà del 2011), un dormitorio mobile per i soli mesi invernali era sembrata l’unica scelta possibile. Forse era anche una scelta obbligata , vista la sua economicità e visti i tagli da Roma ai bilanci comunali. Altri centri utilizzati altre volte in inverno, come via Capo di Lucca, ora hanno ospiti stabili e non possono fare fronte al “piano freddo” messo in piedi dal Comune. Qui al Parco nord invece entra sostanzialmente chiunque, si sia registrati o no, regolari o senza permesso di soggiorno.

Ma l’hotel Parco nord è veramente ai margini della città, un ghetto lontano dalle luci del centro, che in giornate come queste può davvero creare grandi difficoltà a chi non ha un tetto. Qualcuno chiede un pasto. “Qui possiamo dare solo le colazioni”, spiega sconsolato Daniele ai tanti uomini che arrivano a registrarsi per la notte. Se si vuole mangiare, in questa steppa desolata il bar più vicino forse è a 7-800 metri. Ma con questa neve forse è meglio stare accucciati nella propria branda, col calore dei vicini di letto, che morire di freddo per un panino. “E poi la mattina, almeno una tazza di latte caldo ce la danno”.

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