Mitt Romney vince anche i caucus repubblicani del Nevada. L’ex-governatore del Massachusetts ha ottenuto il 42,6% dei consensi, contro il 26% del suo rivale Newt Gingrich. Terzo Ron Paul, con il 18,4%, seguito da Rick Santorum, che si ferma al 13%. Rivolgendosi alla folla dei supporter a Las Vegas, Romney ha volutamente ignorato i suoi sfidanti repubblicani e si è rivolto direttamente a Barack Obama, criticandone la politica economica: “L’America ha bisogno di un presidente che sistemi l’economia perché capisce l’economia – ha detto – io lo farò. Questo presidente ha cominciato la sua presidenza chiedendo scusa al mondo per l’America. Ora deve scusarsi con l’America”. Molto chiaro, tutto interno a queste primarie, il messaggio lanciato da Gingrich dopo il voto del Nevada: “Non mi ritiro. Arriverò fino a Tampa” (dove si svolgerà, a fine agosto, la convention repubblicana).

La vittoria di Romney era largamente attesa. Qui il candidato aveva già trionfato, quattro anni fa. Qui una buona percentuale di voto repubblicano è mormone (all’incirca un elettore su quattro). La qualità e le dimensioni dell’affermazione vanno però al di là delle (per lui) più rosee aspettative. Romney si è aggiudicato la maggioranza (il 51%) dei repubblicani che si definiscono “molto conservatori” e ha battuto Gingrich anche tra gli elettori del Tea Party (40 a 31%) e tra gli evangelici (48 a 27%). Si tratta di un dato politico importante, perché mostra che anche i settori del partito più conservatori, sinora piuttosto freddi nei suoi confronti, gli si stanno lentamente raccogliendo attorno. L’ex-governatore conquista il voto della maggioranza delle donne, degli elettori maschi, di quelli “più ricchi” e d quelli con il reddito più basso. A lui va il favore di sei repubblicani su dieci, tra quelli che considerano l’economia il tema più importante di queste presidenziali; e per Romney hanno votato quattro elettori su dieci, tra coloro che ritengono “l’eleggibilità” la qualità centrale che deve avere lo sfidante a Barack Obama.

Anche il calendario di febbraio sembra a questo punto favorire Romney, che non dovrebbe avere problemi ad aggiudicarsi i caucuses in Colorado e Minnesota, martedì, e più avanti le primarie in Arizona e Michigan (lo Stato dove è nato, e dove il padre era governatore). La sua strategia a questo punto è chiara: delineare una più chiara proposta economica nei prossimi Stati dove si voterà (Minnesota, Michigan, Arizona e Colorado saranno al centro di un duro scontro elettorale con Obama, il prossimo novembre, e per Romney si tratta di preparare il terreno sin da ora); mantenere il “momentum”, lo slancio vincente, per tutto il mese febbraio, in modo da arrivare al Super Tuesday del 6 marzo (con 11 Stati in palio) con un flusso di finanziamenti costante e il senso dell’inevitabilità della propria candidatura. Detto questo, potrebbe essere difficile per lui conquistare la nomination in tempi rapidi, visto il tetto di 1144 delegati da raggiungere (Romney, per ora, ne ha raccolti circa un decimo).

Chiara anche la strategia scelta da Gingrich per le prossime settimane. L’ex-speaker della Camera l’ha esplicitamente espressa nel discorso davanti ai sostenitori subito dopo l’arrivo dei primi risultati (in una sala, a Las Vegas, dove mancava ogni segno della campagna elettorale, mentre in quella di Romney dominavano festoni e manifesti con la scritta: “Il Nevada ci crede”). “Sono candidato a presidente degli Stati Uniti. E sarò candidato a presidente degli Stati Uniti”, ha detto Gingrich, chiarendo la sua intenzione di restare in corsa fino alla fine. Dopo un nuovo, livido attacco al rivale, schernito per aver detto di “non essere interessato ai molto poveri” e per il suo passato come governatore del Massachusetts, Gingrich ha spiegato di aspettarsi un buon risultato per il Super Tuesday (quando verranno distribuiti 437 delegati). “Il contrasto tra il governatore Romney e me diventerà sempre più ampio e sempre più chiaro”, ha detto ancora, aggiungendo di ritenere possibile raggiungere Romney nella conta dei delegati il 3 aprile, in occasione delle primarie in Texas. La strategia presenta però un handicap piuttosto evidente. Gingrich spera di ottenere le vittorie più importanti nell’ultima fase della campagna. A quel punto, potrebbe però essere troppo tardi, visto il vantaggio accumulato da Romney.

Rilevata la nuova, deludente prova di Rick Santorum (voci al suo quartier generale ieri sera prevedevano un probabile ritiro dalla competizione), resta il dato del voto a Ron Paul. Parlando dal Minnesota, il candidato dei libertarians ha detto che “qualcosa di grande sta avvenendo in questo Paese”. Il mio voto, ha aggiunto, “è un voto per meno governo, meno guerra e un’economia di libero mercato”. Come Gingrich, anche Paul ha intenzione di mantenere viva la sua candidatura sino alla convention di Tampa. A differenza di Gingrich, l’obiettivo di Paul non è però tanto quello di minare politicamente Romney, quanto piuttosto di raccogliere delegati (soprattutto negli Stati dove si organizzano caucuses, come fece Obama nel 2008), e focalizzare l’attenzione di media e pubblico sui temi del limited government e restrained military a lui cari. E’ però un dato che il terzo posto in Nevada costituisce un risultato per lui deludente. Qui Paul era arrivato secondo nel 2008. E qui, nelle scorse settimane, aveva organizzato una capillare campagna elettorale. Se Paul vuole arrivare a Tampa e davvero “contare”, nell’elaborazione della piattaforma del partito, dovrà dimostrare più forza nei prossimi appuntamenti elettorali. E, probabilmente, vincere almeno uno Stato.

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