Il pm Pierpaolo Bruni, della Dda di Catanzaro

E’ esasperato Luigi Bonaventura, 42enne pentito di ‘ndrangheta originario del crotonese. Ha rifiutato il trasferimento nelle Marche, perché in quella regione, come nella vicina Romagna, sono molte, troppe, le famiglie di ‘ndrangheta di sua conoscenza e che lui ha denunciato, in ore e ore di dichiarazioni rilasciate alla magristratura. Andare lì sarebbe stato come andare al macello, ecco perché Bonaventura considera foriero solo di cattive sorprese il programma di protezione testimoni a cui è sottoposto. Proprio per questo motivo ne vuole uscire. E ha avanzato allo Stato una richiesta di risarcimento danni per 2 milioni e mezzo di euro.

La domanda è dall’avvocato Giulio Calabretta, che affianca il collaboratore di giustizia oramai da diversi anni. Ma a parte lo sconforto di Bonaventura c’è di più. E’ probabile, infatti, che la sua vicenda scopra uno scenario molto inquietante. “Quello delle connivenze di cui la criminalità organizzata può godere all’interno del Servizio centrale di protezione” sostiene l’avvocato Calabretta, che presto potrebbe essere sentito come testimone dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

Sul caso Bonaventura è aperta un’indagine presso la Procura della Repubblica di Campobasso. Gli atti sono naturalmente secretati, ma tra loro ci sono sicuramente i verbali degli interrogatori rilasciati da Bonaventura al pm della distrettuale antimafia di Catanzato, Pierpaolo Bruni. Qui il collaboratore narra tutta una serie di dettagli che serviranno per rispondere a tante domande. Una su tutte: quelli che volevano la sua morte come hanno fatto a sapere in quale località protetta si trovava il collaboratore di giustizia?

Luigi Bonaventura, infatti, vive a Termoli, in Molise, con la moglie e due figli piccoli in un alloggio non più segreto. “Bruciato” dallo stesso collaboratore, che ha rilasciato un’intervista a un giornale calabrese dicendo chiaramente dove si trovava. Ma prima ancora scoperto dalla ‘ndrangheta, che nel luglio del 2011 era pronta ad agire tramite i suoi killer per mettere il bavaglio a Bonaventura. Per sempre.

Il collaboratore, prima del suo ‘pentimento’, era uno dei boss del clan Vrenna-Bonaventura-Corigliano, attivo nella provincia di Crotone. Ai magistrati ha raccontato trent’anni di affari criminali, messi in piedi dalle cosche anche lontano dalla loro terra d’origine, soprattutto in Emilia Romagna. Oggi, però, quel che maggiormente preoccupa chi vive a stretto contatto con Bonaventura sono le falle di cui soffre il sistema di protezione. L’avvocato Calabretta, oltre a Bonaventura, rappresenta anche Kabab Kalid, un marocchino che in Sardegna ha denunciato un grosso giro di droga tra l’isola e Milano, sempre condotto da una potente organizzazione criminale. Anche quel collaboratore, pur essendo stato trasferito in una località protetta, di recente ha subito minacce da persone che evidentemente sapevano troppo su dove si trovava l’uomo.

Nel caso di Bonaventura, però, i fatti sono più gravi. “Personale che doveva essere preposto alla sicurezza del mio assistito – denuncia l’avvocato Calabretta – faceva sicuramente il doppio gioco. Questo è stato da noi denunciato e presto verrà reso noto dalla magistratura”. A riprova di questo, il legale ricorda un fatto: la scoperta, nel luglio scorso, di un arsenale a disposizione dei killer della ‘ndrangheta, individuato a Termoli, a pochi passi dalla casa di Bonaventura. “Il garage in cui era parcheggiata l’auto carica di armi – riferisce Calabretta – era di proprietà della moglie di un appartenente alle forze dell’ordine. Quelle armi – prosegue Calbretta – dovevano servire ad uccidere il mio assisitito”. La magistratura ha scoperto poi che quell’arsenale era a disposizione del clan guidato da Felice Ferrazzo, originario di Mesoraca, sempre nel crotonese. Ferrazzo aveva diversi affari in corso in Molise – dove Bonaventura ha riferito che la ‘ndrangheta opera da tempo – ma è stato arrestato il 22 luglio scorso a Milano.

C’è un nome e un fatto terribile, inoltre, che in un qualche modo collegano la vicenda Bonaventura al nord e al capoluogo lombardo: la storia di Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia ed ex moglie di boss, uccisa e sciolta nell’acido. Bonaventura, durante l’udienza di un processo per associazione mafiosa in corso a Catanzaro, ha detto di essere molto turbato e ha aggiunto: “La ‘ndrangheta mi farà fare la stessa fine di Lea Garofalo”. La donna, madre di Denise – la giovane e suo malgrado famosa testimone al processo di Milano contro i presunti assassini di Lea – nel 2009 si trovava in soggiorno protetto proprio in Molise. Qui fu raggiunta da tre persone, pronte – secondo la Dda di Milano – a sequestrarla e ad ucciderla. Anche loro, sfruttando probabilmente gli stessi canali oggi denunciati da Bonaventura, erano riusciti a scoprire quella località, che protetta in fondo in fondo non lo era per niente.

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