Il Governo si appresta a iniettare ulteriori dosi di precarietà nel mercato del lavoro più “flessibile” d’Europa: eliminazione dell’articolo 18, creazione di un “contratto unico precario”, estensione del modello Marchionne, definitiva cancellazione del contratto collettivo nazionale, abolizione della cassa integrazione straordinaria.

Davvero vogliono farci credere che con tali barbarie si risolverà il problema della disoccupazione giovanile italiana che ha già sfondato il tetto vertiginoso del 30%?

Spacciano queste ricette fallimentari e già fallite come una grande “riforma” del lavoro. Sono senza vergogna. Il tema, però, non è solo economico e sociale. Questi interventi pongono un enorme questione alla democrazia.

La Fiom è stata espulsa dalle fabbriche Fiat e i lavoratori in cassa integrazione iscritti alla Fiom non vengono richiamati negli stabilimenti. È un’abrogazione di fatto dei diritti costituzionali, che riconoscono la libertà di organizzarsi in sindacato e il diritto di sciopero.

C’è di più, assistiamo a una vera e propria inversione delle fonti del diritto, poiché un contratto di lavoro (quello imposto col ricatto da Marchionne) diviene predominante rispetto alla Costituzione, fonte primaria del nostro diritto. È il privato che si pone al di sopra della legge suprema. Un fatto enorme, gravissimo.

La manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per l’11 febbraio a Roma è, dunque, molto di più di una manifestazione operaia contro la Fiat: è la manifestazione di tutti coloro che vogliono difendere la libertà e la democrazia nei luoghi di lavoro. Quando nei luoghi di lavoro viene cancellata la democrazia, c’è il rischio che essa venga cancellata anche dalla società.

Ormai abbiamo capito che, nel linguaggio di oggi, la parola “riforma” ha radicalmente mutato il significato originale: nasconde sempre e solo meno diritti, meno lavoro e meno reddito. Dietro ogni riforma ci sono solo sacrifici e tagli. Dopo ogni riforma si sta sempre peggio di prima. Purtroppo questa logica ha pervaso anche ampi settori del centrosinistra ed è stata applicata per la prima volta con il pacchetto Treu del ’97. La riforma Maroni non ha fatto altro che squarciare la falla che era stata già aperta. Voglio essere sincero: la sinistra dovrebbe fare autocritica su ciò. E il miglior modo per farlo è invertire decisamente la rotta.

Invece, pezzi importanti della sinistra continuano a perseverare diabolicamente nell’errore. Come Eugenio Scalfari, che su Repubblica, nella sua ingiustificabile ansia di essere il più fiero pasdaran del governo Monti, è arrivato a chiedere al sindacato di accettare le “riforme” che colpiscono duramente i lavoratori. Un controsenso folle. Susanna Camusso, leader della Cgil, ha giustamente risposto per le rime, lanciando un piano per il lavoro per la crescita e l’equità alternativo alle politiche del governo. Una ragione in più per stare dalla parte del più grande sindacato italiano e scendere in piazza con la Fiom l’11 febbraio.

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