Ieri sera difendevo la fascia sinistra della mia squadra di calcetto come ogni giovedì. Nel frattempo Martina Alice de Carli, giornalista freelance ed esperta di moda, mi scriveva un messaggio privato su Facebook. Era incazzata nera con me.

E quindi anche tu mi hai rubato la foto per poi pubblicarla con il nome tuo? Complimenti! Buona vita, furbetto del quartierino.

Vado sul suo profilo a cercare di capire quale sia la foto in questione. Ma non posso: Martina mi ha cancellato dai sui amici. A quel punto faccio mente locale: l’unica foto ‘controversa’ pubblicata durante la giornata è un manifesto del 2008, firmato dal nascituro Pdl, in cui si racconta di come Roma si preparasse a una nuova vita con meno buche e meno allagamenti.

Chiedo spiegazioni: Martina mi accusa di aver ‘rubato’ la foto dal suo profilo e di averla caricata a mio nome, senza dunque tributarle il merito di averla scovata. Però non è andata così: ieri non avevo visto la sua bacheca, l’ultima interazione con lei era stato un retweet del giorno prima in cui rilanciavo la notizia della nascita di Sarkozy e Carla Bruni.

A me la foto è arrivata attraverso un altro amico, Tommaso Ederoclite, che me l’aveva girata appositamente, insieme al blog che aveva utilizzato a verifica della veridicità del manifesto. Tommaso e Martina non sono amici su Facebook, dunque neanche Tommaso ha ‘rubato’ il manifesto a Martina.

Sono ritornato sul mio profilo per leggere i commenti alla foto: Martina dice di aver pubblicato quel manifesto prima di chiunque altro. Stefano Menichini, direttore di Europa, quotidiano del Pd, conferma nel commento subito sotto. È stato proprio lui a condividere quel manifesto per primo, ampliando a dismisura la base dei potenziali fruitori del contenuto.

Le scrivo per spiegarle tutto questo, ma anche per dirle che la citazione della fonte è per me un valore, come per la stragrande maggioranza dei giornalisti del mondo.

In Italia, bisogna dirlo, l’esercizio non è così scontato: basta guardare l’enorme quantità di contenuti presi da Youtube e mandati in tv o sui grandi portali di informazione nazionale senza che ci sia mai l’indirizzo del canale o il nome del produttore del video, per citare l’esempio più eclatante e sistematico. Chi produce contenuti di qualità in Rete avrà provato lo stesso senso di frustrazione di Martina: fare ‘il buco’, come si dice in gergo, e non avere neanche un riconoscimento dai media mainstream quando rilanciano i frutti del tuo lavoro.

Le dico anche che la citazione della fonte, la tag dell’autore di un contenuto, non è solo un piacere o un dovere morale, ma è anche e soprattutto un’opportunità: se nelle mie reti sociali sono presenti degli influencer, persone autorevoli o popolari, o semplicemente dei ragazzi intelligenti, io ho tutto l’interesse a farlo sapere a tutti: se una mia amica fa uno scoop, il fatto che io sia suo amico mi fa diventare un pochino più ‘fico’ perché la conosco.

Stamattina ci siamo risentiti e chiariti, anche perché, pur comprendendo le sue ragioni, ho ritenuto la sua reazione un po’ scomposta (ho scoperto di non essere stato il solo ad essere cancellato dagli amici: stessa sorte è capitata a tutti i suoi amici che avevano pubblicato il manifesto senza citarla) e avevo il sospetto che si fosse scagliata contro di me perché aveva un’incazzatura più grande da smaltire. E così, in effetti, è stato.

Martina era furibonda con i dirigenti romani del Pd che avevano ripreso il manifesto e lo avevano pubblicato online, trasformando la notizia in arma politica contro Alemanno e attestandosi i meriti della ‘scoperta’. “Mettono il cappello su tutto quello che è fatto da altri e funziona. È come il referendum”, mi ripete.

La notizia, nel frattempo, finiva sui media tradizionali: ieri sera mentre andavo a giocare ne ho sentito parlare alla Zanzara. Repubblica Roma ha dedicato una fotogallery al caso. Se un contenuto pubblicato su Facebook diventa notizia, c’è certamente da essere contenti: vuol dire che tutti, potenzialmente, possono incidere sull’agenda pubblica. Ma se dietro quel ‘tutti’ si nasconde in realtà un paravento, per cui l’utente che fa un pezzo giornalistico in Rete può essere ridotto a generico ‘popolo della Rete’ (e dunque può non essere mai citato), ci sta anche un po’ di rabbia.

Questa storia mi ha fatto riflettere su una questione: di chi sono i tormentoni (meme, in gergo tecnico)? Esiste un proprietario di un’idea che diventa passaparola collettivo? Quando tutta Italia ha usato l’hashtag #morattiquotes, avrebbe dovuto citare l’utente Twitter @andyviolet (che lo ha inventato) ogni volta?

Il tema della ‘proprietà intellettuale’, o perlomeno del riconoscimento pubblico della creatività poi divenuto patrimonio collettivo, è molto sentito su Internet. Non ho una risposta definitiva a tutte queste domande, ma ho una proposta: in Rete chi può citare lo faccia, ma chi non lo sa (come è capitato a me ieri) non si censuri e pubblichi comunque ciò che, in qualche modo, ha scovato. Chi invece è attore protagonista del sistema dei media, ossia i mezzi di informazione e i personaggi pubblici, faccia uno sforzo in più e provi a scoprire da dove nascono i tormentoni, tributandone il merito al creatore. Perché sul web la gratuità resta un valore, ma anche la gratitudine lo è.

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