Il muro di gommaSono le 20:08 del 27 giugno 1980. Si alza in volo da Bologna il DC-9 I-TIGI. Destinazione Palermo. Parte con un ritardo di due ore, il doppio del tempo necessario per completare il viaggio. In un’ora fai giusto in tempo a sederti, allacciare le cinture, buttare un occhio sulle procedure di emergenza mimate dal personale di volo, sfogliare la rivista alloggiata nel retro del sedile davanti e bere un caffè che già inizia il momento della discesa. 69 adulti e 12 bambini aspettano di scendere dall’aereo per tornare a casa o per iniziare una settimana di vacanza. Come la famiglia Diodato. La moglie, la cognata, e i tre figli bambini di Pasquale detto Lino, muratore, muscoli possenti. Lino li ha messi sull’aereo per raggiungerli i giorni successivi. Ad attenderli all’aeroporto di Punta Raisi ci sono i nonni e gli zii ansiosi di stringere i loro cari.

Ma alle 21:04, quando dalla torre di controllo di Palermo parte il contatto radio per autorizzare la discesa sul Dc9 nessuno risponde. Elicotteri, aerei e navi si precipitano nelle ricerche ma il volo è disperso. Solo alle prime luci dell’alba viene individuata ad alcune decine di miglia a nord di Ustica, una chiazza oleosa. Lì ci sono i primi relitti e i primi cadaveri.

Sono trascorsi 31 anni da quella terribile notte. Anni e anni di indagini, migliaia di cartelle di atti per oltre un milione e mezzo di pagine e circa trecento udienze processuali. Inchieste ostacolate e manomesse come affermano gli stessi inquirenti che hanno ripetutamente parlato di depistaggi e inquinamenti delle prove.

A 31 anni di distanza da quella tragedia sappiamo molto e non sappiamo niente.

Sappiamo che nel cielo di Ustica il Dc-9 non era solo ma c’erano ben 21 aerei che circondavano il velivolo precipitato. Lo ha ricordato recentemente Andrea Purgatori, il giornalista che per primo seguì la vicenda sul Corriere della Sera.
Non sappiamo di quale nazionalità fossero questi aerei ma si ipotizza che alcuni fossero libici e che l’intento fosse quello di eliminare il colonnello Gheddafi che si presumeva essere su quel volo.
Sappiamo che oltre 30 anni fa abbiamo contratto un bel debito economico con il governo libico che è forse stato tale da tollerare attraversamenti dei loro aerei nei nostri cieli.
Non sappiamo (ma per le ragioni di cui sopra lo immaginiamo) perché fino a oggi nessuno ha chiesto perentoriamente conto a Gheddafi di quella notte del 27 giugno.
Sappiamo di avere un sottosegretario, Carlo Giovanardi che oltre a quella per i gay ha anche un’ossessione per i missili perchè “Nessun missile abbattè il DC9 dell’Itavia su Ustica” – ripete ossessivamente infischiandosene delle valutazioni della magistratura e dei familiari delle vittime.
Non sappiamo perché dobbiamo essere l’unico paese democratico in cui permane il segreto di stato sulle tante stragi che hanno insanguinato l’Italia.
Sappiamo, come scriveva Pier Paolo Pasolini, anche se non abbiamo né prove né indizi ma perché “cerchiamo di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; di coordinare fatti anche lontani, mettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico,  ristabilire la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

“In Italia esiste la verità?” c’è scritto in alto a sinistra nel manifesto del film “Il muro di gomma”. L’ho rivisto ieri sera in tv e, per l’ennesima volta, mi si è accapponata la pelle alla straziante scena finale quando il giornalista Rocco dopo il processo detta il suo articolo al Corriere: “Perché chi sapeva è stato zitto? Perché chi poteva scoprire non s’è mosso? Perché questa verità era così inconfessabile da richiedere il silenzio, l’omertà, l’occultamento delle prove? C’era la guerra quella notte del 27 giugno 1980. c’erano 69 adulti e 12 bambini che tornavano a casa, che andavano in vacanza, che leggevano il giornale, che giocavano con una bambola. Quelli che sapevano hanno deciso che i cittadini, la gente, noi, non dovevamo sapere: hanno manomesso le registrazioni, cancellato i tracciati radar, bruciato i registri; hanno inventato esercitazioni che non erano mai avvenute, intimidito i giudici, colpevolizzato i periti e poi hanno fatto la cosa più grave di tutte: hanno costretto i deboli a partecipare alla menzogna, trasformando l’onesta in viltà… Perché?”

In Italia esiste la verità?

Sono le 20:08 del 27 giugno 1980. Si alza in volo da Bologna il DC-9 I-

TIGI. Destinazione Palermo. Parte con un ritardo due ore, il doppio del

tempo necessario per completare il viaggio. In un’ora fai giusto in tempo

a sederti, allacciare le cinture, buttare un occhio sulle procedure di

emergenza mimate dal personale di volo, sfogliare la rivista alloggiata

nel retro del sedile davanti e bere un caffè che già inizia il momento

della discesa. 69 adulti e 12 bambini aspettano di scendere dall’aereo

per tornare a casa o per iniziare una settimana di vacanza. Come la

famiglia Diodato. La moglie, la cognata, e i tre figli bambini di

Pasquale detto Lino, muratore, muscoli possenti. Lino li ha messi

sull’aereo per raggiungerli i giorni successivi. Ad attenderli

all’aeroporto di Punta Raisi ci sono i nonni e gli zii ansiosi di

stringere i loro cari.
Ma alle 21:04, quando dalla torre di controllo di Palermo parte il

contatto radio per autorizzare la discesa sul Dc9 nessuno risponde.

Elicotteri, aerei e navi si precipitano nelle ricerche ma il volo è

disperso. Solo alle prime luci dell’alba viene individuata ad alcune

decine di miglia a nord di Ustica, una chiazza oleosa. Lì ci sono i primi

relitti e i primi cadaveri.

Sono trascorsi 31 anni da quella terribile notte. 31 anni di indagini,

migliaia di cartelle di atti per oltre un milione e mezzo di pagine e

circa trecento udienze processuali. Indagini ostacolate e manomesse come

affermano gli stessi inquirenti che hanno ripetutamente parlato di

depistaggi ed inquinamenti delle prove.

A 31 anni di distanza da quella tragedia sappiamo molto e non sappiamo

niente. Sappiamo che nel cielo di Ustica il Dc-9 non era solo ma c’erano

ben 21 aerei che circondavano il velivolo precipitato. Lo ha ricordato

recentemente Andrea Purgatori, il giornalista che per primo seguì la

vicenda sul Corriere della Sera, mostrando nel corso della tramissione

Agorà su Raitre un documento della Nato. Non sappiamo di quale

nazionalità fossero questi aerei ma si ipotizza che alcuni fossero libici e che l’intento fosse quello di eliminare il colonnello Gheddafi che su

presumeva essere su quel volo. Sappiamo che oltre 30 anni fa abbiamo contratto un bel debito economico con il governo libico che è forse stato tale da tollerare attraversamenti dei loro aerei nei nostri cieli. Non sappiamo (ma per le ragioni di cui sopra lo immaginiamo) perchè fino ad oggi nessuno ha chiesto perentoriamente conto a Gheddafi di quella notte del 27 giugno.
Sappiamo di avere un sottosegretario, Carlo Giovanardi che oltre a quella per i gay ha anche un’ossessione per i missili perchè “Nessun missile  abbattè il DC9 dell’Itavia su Ustica” – ripete ossessivamente infischiandosene delle valutazioni della magistratura e dei familiari delle vittime.
Non sappiamo perchè dobbiamo essere l’unico paese democratico in cui permane il segreto di stato sulle tante stragi che hanno insanguinato l’Italia.
Sappiamo, come scriveva Pasolini, anche se non abbiamo nè prove nè indizi ma perchè “cerchiamo di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; di coordinare fatti anche lontani, mettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico,  ristabilire la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html

La verità di Giovanardi “Nessun missile abbattè il Dc9 dell’Itavia su Ustica”

“In Italia esiste la verità?” c’è scritto in alto a sinistra nel manifesto del film “Il muro di gomma”. L’ho rivisto ieri sera in tv e, per l’ennesima volta, mi si è accapponata la pelle alla straziante scena finale quando il giornalista Rocco dopo il processo detta il suo articolo al Corriere: “Perchè chi sapeva è stato zitto? Perchè chi poteva scoprire non s’è mosso? Perchè questa verità era così inconfessabile da richiedere il silenzio, l’omertà, l’occultamento delle prove? C’era la guerra quella notte del 27 giugno 1980. c’erano 69 adulti e 12 bambini che tornavano a casa, che andavano in vacanza, che leggevano il giornale, che giocavano con una bambola. Quelli che sapevano hanno deciso che i cittadini, la gente, noi, non dovevamo sapere: hanno manomesso le registrazioni, cancellato i tracciati radar, bruciato i registri; hanno inventato esercitazioni che non erano mai avvenute, intimidito i giudici, colpevolizzato i periti e poi hanno fatto la cosa più grave di tutte: hanno costretto i deboli a partecipare alla menzogna, trasformando l’onesta in viltà… Perchè?”

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