“Torna la locomotiva d’Europa”. L’abbiamo letto su tutti i giornali poco prima di partire per il lungo weekend di ferragosto. In parte è vero: in Germania una crescita così non si vedeva dalla riunificazione. Con il prodotto interno lordo (pil) a +2,2% rispetto al primo trimestre e a +3,7% rispetto all’anno scorso, i tedeschi iniziano a pensare all’uscita dalla crisi, trainata dall’export. Ma sui dati del pil è arrivata ieri la doccia fredda dello Statistische Bundesamt, l’istituto di statistica della repubblica federale: nonostante l’aumento della produzione e degli ordinativi, negli ultimi dodici mesi le imprese industriali con più di cinquanta dipendenti hanno continuato a tagliare posti di lavoro. A fine giugno i lavoratori del comparto industriale risultavano essere 134.800 in meno rispetto al 2009, con un calo del 2,7%. Tra i più colpiti la siderurgia (-5,3%), la produzione di motori elettrici (-4%) e di macchinari (-3,6%). Solo il settore alimentare è cresciuto (+1,6%).

A rovinare la festa stanno contribuendo anche i dati sulla fiducia degli investitori tedeschi, pubblicati stamattina dall’istituto di ricerca economica ZEW di Mannheim. Ad agosto la fiducia è scesa ai minimi degli ultimi 16 mesi, toccando quota 14 punti, molto al di sotto dei 21,2 punti che si aspettavano gli analisti finanziari. “Con un dato del genere è improbabile che l’enorme tasso di crescita registrato nel secondo trimestre sia confermato nei prossimi mesi”, ha dichiarato l’istituto ZEW. Sono dello stesso parere anche gli analisti: “Grazie all’export il prodotto interno lordo tedesco crescerà di almeno il 3% quest’anno”, ha commentato Jennifer McKeown di Capital Economics, interpellata dal Wall Street Journal. “Ma con una domanda globale che continua a rallentare e i consumatori che sono ancora riluttanti a spendere, la ripresa avrà probabilmente una vita molto breve”.

La velocità con cui la locomotiva tedesca potrà continuare o meno la sua corsa dipende fortemente dalle esportazioni. Ma oltreconfine i segnali sono tutt’altro che positivi: l’Europa – il maggiore mercato per le esportazioni tedesche – sta tagliando la spesa pubblica per risanare i deficit, mettendo in pericolo la crescita, mentre gli Stati Uniti – maggiore economia mondiale – hanno visto gli ordinativi all’industria scendere dell’1,2% a giugno, contro il -0,5% previsto dagli analisti.

In un contesto del genere le speranze di Berlino sono sempre più legate alla Cina. E la cartina al tornasole potrebbe essere, ancora una volta, il settore automobilistico. BMW, Audi e Daimler stanno già bilanciando il calo delle vendite in patria con il notevole aumento della domanda per auto di lusso in Cina. In luglio Audi ha venduto il 53% di auto in più a clienti cinesi rispetto al 2009, mentre Daimler ha triplicato la vendita di Mercedes e BMW ha visto crescere le consegne dell’82%. “In Europa i programmi di austerità e i continui problemi che le banche e i mercati finanziari devono affrontare porteranno a una crescita limitata”, ha riportato ieri Volkswagen nel suo rapporto trimestrale. “Le esportazioni continueranno ad essere il motore per lo sviluppo, mentre la domanda interna – soprattutto da parte dei privati – si riprenderà solo leggermente”.

Per la Germania e per i paesi europei agganciati alla locomotiva è ancora presto per cantare vittoria.

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