Siamo noi, che non ci fermiamo mai e veniamo per dipingere le vostre panchine metalliche di color arcobaleno. Arriviamo per piantare alberi lungo le strade e fiori nel mare. Tracciamo sentieri nel deserto dove nessuno era mai passato prima. Raccogliamo sassi e ne facciamo pani da cuocere al forno per quelli che arriveranno in ritardo. Mettiamo i nostri figli nell’asilo statale per insegnare loro a fabbricare nidi per i passeri e per le rondini fuori stagione. Ci sediamo attorno al fuoco e parliamo del tempo che arriva presto. Le nostre donne tessono trecce con le filastrocche quando piove dopo aver seminato. Viaggiamo sui vostri treni con pochi bagagli a mano e alcuni biglietti con auguri natalizi. Impariamo a fare pupazzi di neve per abbellire le vostre piazze e i crocevia. Verremo con voi nel museo del mare e al parco giochi per far danzare i pesci e volare le colombe. Prenderemo cura degli alberi in fiore. Siamo noi, che non ci fermiamo mai.

Vi aiutiamo a smantellare le sbarre delle prigioni e farne soldati senz’armi. Scaviamo fiumi e costruiamo ponti invece di barriere. Faremo assieme il giro del mondo appesi alle ali di una farfalla. Coltiviamo la terra col cielo per non fare differenza tra loro. Ci uniremo ai contadini e faremo a turno per potare gli alberi di pesco e innestare la speranza. Ci saranno i primi matrimoni civili e quelli fatti in chiesa col riso buttato sugli sposi sul sagrato durante la cerimonia. Il viaggio di nozze si farà di preferenza solo nei fine settimana di primavera. Si organizzano concerti di campane e di flauti di canna per i compleanni degli ultimi nati alla maternità. Creeremo insieme un nuovo sindacato libero con cariche dirigenti transitorie e partiti politici senza tessere. Per le elezioni le liste saranno instabili e sarà senz’altro rispettato l’ordine di importanza a partire dagli ultimi. I salari saranno a contratto e a seconda delle spese per organizzare i giochi di quartiere. Sigleremo un trattato di pace a tempo indeterminato. Siamo noi, che non ci fermiamo mai.

Le ultime armi le abbiamo trasformate in aratri per i campi di grano gli olivi da collina. Le donne avevano il potere garantito ogni due settimane al mese. Per le altre due si tirava a sorte tra i più giovani del paese mentre i più piccoli facevano merenda alla mensa scolastica del comune. Offriamo gelati di limone ai malati e ai portatori sani di utopie non ancora pubblicate. Raccogliamo funghi, castagne e ricci portati dal vento sulla spiaggia. Rincorriamo le sorgenti che erano seccate dalla sete e piantiamo acqua tra le spine. L’oro non era lontano e l’abbiamo abbandonato non appena arrivati. Sull’isola senza nome abbiamo iniziato a cantare per allontanare la notte. Abbiamo salutato gli ultimi poveri che erano tali perché avevano venduto le parole al silenzio. I mestieri più belli si tramandano di padre in figlio e da fratello a sorella. Quanto all’orario di lavoro, senza dirlo a nessuno, si era già allontanato. Siamo noi, che non ci fermiamo mai.

Abbiamo portato anche il nostro dio, casomai degli altri si fosse persa la traccia. Uno per ogni occasione prima, durante e alla fine del viaggio. Quello di tutti i giorni e quello festivo. Messo tra una valigia, un libro e l’ultima foto della moglie scattata prima di partire. Provvisorio e indifeso come solo un dio sa di essere. Troverà di sicuro altri dei a fare acquisti nei supermercati delle vostre città. Dentro un carrello della spesa pieno di cibo surgelato e frutta esotica. Gli troveremo un posto nelle case in affitto dove saremo in molti e in caso di sfratto sarà come noi senza dimora. Gli insegniamo le preghiere del mattino e quelle della sera perché non si sa mai. La vita è un respiro di bambino e un vagito che attende risposta. Non lo lasciamo solo perché si annoierebbe in fretta. Il nostro dio lo imprestiamo volentieri a chi ne farà richiesta a patto di non trattarlo male. Non lo cambieremmo con nessun altro d’occasione. Siamo noi, che non ci fermiamo mai.

Niamey, Ottobre 017