Mariano Rajoy è sempre più simile ad Erdogan. La repressione poliziesca contro un intero popolo ben determinato a esercitare il suo diritto democratico di autodeterminazione mediante il referendum, quale che sia il suo esito o l’opinione di chi vuole parteciparvi, si scontra contro una reazione becera e irresponsabile che celebra nel peggiore dei modi i pessimi fasti del franchismo oramai sotterrato da tempo ma ancora vivo negli anfratti dei cervelli obnubilati di qualche politico e qualche burocrate spagnolo.

Occorre augurarsi che l’intento del governo del PP di “buttarla in caciara”, sguinzagliando provocatori neofascisti e forze dell’ordine non raggiunga il suo obiettivo. Bisogna a tale riguardo rendere omaggio alla serena e pacifica compattezza di un intero popolo che è riuscito finora a evitare i gravi incidenti auspicati e deliberatamente ricercati da un governo sempre meno dotato di legittimazione democratica e popolare.

Al di là dell’indipendentismo, quello che sta avvenendo in Catalogna è una mobilitazione per avere ed esercitare il diritto ad esprimersi democraticamente sul proprio futuro costituisce un esempio per tutti i popoli europei, sempre più avviliti da un’architettura istituzionale asfittica, sempre meno in grado di recepire i desideri e le aspirazioni della gente e sempre più subalterna ai diktat del capitale, specie di quello finanziario. Questo vale sia per l’Unione europea ridotta a serva delle lobby che fanno il buono e cattivo tempo a Bruxelles e dintorni, sia per governi nazionali formati, specie in Spagna e Italia, da personaggi privi di autonomia e dignità intellettuale e che si limitano a tradurre in pratica le indicazioni che giungono loro dai poteri forti, accontentandosi di fare un po’ di cresta mediante i ben noti fenomeni corruttivi.

L’obiettivo dei catalani non è certamente quello di sostituire ai tradizionali padroni che siedono a Madrid, con altri padroni, magari più vicini, ma di realizzare un ordinamento autenticamente democratico e che sia espressione della base popolare e sociale. Ovviamente questo intento è connesso alla giusta riappropriazione della propria identità nazionale, storicamente espressione il più delle volte di istanze fortemente progressiste e rivoluzionarie. Pensiamo solo al fatto che Barcellona fu l’ultima grande città della Spagna a cadere sotto i colpi della tirannide golpista alla fine della guerra civile.

Anche l’attuale situazione politica ha le sue radici nel rifiuto ingiustificabile, avvenuto circa sette anni fa, ad accettare lo Statuto catalano, indebitamente bocciato dal governo di Madrid e dai suoi rappresentanti all’interno della magistratura. Oggi, con una politica rischiosa che tende assumere i contorni della follia autolesionista e apertamente suicida, Rajoy rilancia la carta della radicalizzazione dello scontro nell’ingenua speranza che ciò contribuisca a rilanciare le sue incerte fortune politiche e a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai numerosi casi di corruzione che vedono protagonista l’intero ceto politico, a cominciare dal suo partito e dalla sua stessa persona.

I nervi saldi del popolo catalano dimostrano ancora una volta che la calma è la virtù dei forti. E’ necessario esprimere in tutte le sedi la nostra solidarietà a questo popolo oggetto oggi di una repressione apparentemente anacronistica ma che in realtà costituisce il frutto avvelenato delle politiche neoliberiste e antipopolari perseguite negli ultimi decenni in Spagna e in Europa.
Oggi in Spagna, domani in Italia, dicevano i volontari antifascisti che parteciparono alla guerra civile spagnola da parte della Repubblica. Si tratta di uno slogan più che mai di attualità, tenendo presente che quello che va raccolto della mobilitazione in atto è il suo carattere profondamente democratico contro le oligarchie e il sequestro della democrazia, che si manifesta con la sostituzione alle schede elettorali delle pallottole, per il momento di gomma (ma che possono risultare letali e provocano gravi danni nelle persone colpite) della polizia e della Guardia civil.