Ed arrivò il giorno della richiesta di rinvio a giudizio per la sindaca di Roma, Virginia Raggi: la sindaca grillina della Capitale diventa imputata per falso in atto pubblico, dopo appena un anno dal suo insediamento. La vicenda è nota: i pm chiedono il processo per la sindaca Raggi per aver mentito di fronte all’Anticorruzione del Comune di Roma. Il tutto per difendere Raffaele Marra dall’accusa di aver agevolato la promozione del fratello. Su tale punto l’accusa ha prove abbastanza evidenti tra cui le chat private fra la sindaca Raggi e lo stesso Raffaele Marra.

Un punto deve essere chiaro: l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, così recita l’art. 27 della Costituzione. Su questo caposaldo dovrebbero basarsi tutte le opinioni e tutti i commenti.

Altro punto da ricordare dell’art. 27 della Costituzione è il primo capoverso. Esso asserisce: la responsabilità penale è personale. Questo vuol dire che solo la persona che commette il reato è responsabile di detta azione. Quindi, l’equazione persona-partito di appartenenza non dovrebbe mai sussistere. Salvo, ovviamente alcuni casi e alcuni reati. Detto ciò è utile ricordare, però, cosa hanno detto in questi anni i grillini su questo tema, naturalmente solo quando si parlava di altri politici e partiti e il Movimento 5Stelle non amministrava neanche un piccolo Comune.

Basta semplicemente ricordare le tantissime dichiarazioni contro Ignazio Marino. Ad esempio Alessandro Di Battista chiedeva le dimissioni di Marino perché accusato di aver mentito su una cena e lo stesso Beppe Grillo dal sacro blog che le chiedeva a seguito della semplice apertura di un fascicolo sulle cene di Marino. Luigi Di Maio invece sosteneva che un sindaco indagato non può ricandidarsi e deve dimettersi. La stessa Virginia Raggi con un tweet del 13/09/15 chiedeva ad Orfini di cacciare dai partiti gli indagati e i condannati. Insomma un concetto di Giustizia e di legalità ben lontano da ogni principio costituzionale.

Ma il paradosso in questo caso è oltremodo pericoloso: il fantomatico primato della tanto urlata onestà grillina è naufragato subito dopo le prime vittorie elettorali del Movimento 5Stelle. Ed ecco iniziare l’affannoso cortocircuito delle parole e dei finti statuti etici. Il caso di Roma è emblematico: per evitare le mille contraddizioni ormai emerse, il sacro blog ha anche fatto redigere in fretta e furia un nuovo codice per cercare di tutelare la sindaca Raggi.

Ed oggi, alla notizia della richiesta di rinvio a giudizio, Grillo e la sindaca stessa si dicono soddisfatti perché forse l’altra accusa di abuso d’ufficio verrà archiviata. Motivazioni: il falso in atto pubblico è un reato meno grave. Utile ricordare che la pena prevista dal codice penale per il falso in atto pubblico va, a secondo dei casi, da un minimo di un anno a un massimo di 10 anni di reclusione. Ma a prescindere, come direbbe Totò, dov’è il Movimento grillino che urlava a Marino ed ogni politico di diverso partito, dimettiti? E solo per un’apertura di un’inchiesta? Questo clima esasperato e di tripla moralità si sta ritorcendo in maniera preoccupante contro il Movimento 5Stelle: mentire all’Anticorruzione, oltre la questione penale da definire, denota preoccupanti modi di agire.

Se questo doveva essere il vento del cambiamento siamo di fronte ad una vertiginosa involuzione. E per favore basta con le solite frasi dette a memoria “sì, ma il Pd ecc. ecc.”. La credibilità e la coerenza presuppongono buoni esempi. Ora il Movimento 5Stelle non ha più nulla di diverso dagli altri partiti tanto odiati: volevano essere messi alla prova, ed eccoli accontentati. Il prossimo passo sarà quello di attaccare i magistrati cattivi e le sentenze comuniste.

Consigliamo a Di Maio di finire presto gli studi in Giurisprudenza in modo tale da poter prossimamente distinguere le diverse posizioni giuridiche tra indagato, imputato e condannato.