Nicolina, lo abbiamo letto sui quotidiani, è morta ieri mattina poco prima delle sette. Non è sopravvissuta alla violenza di quel colpo di pistola sparatole in volto da un uomo, Antonio Di Paola che si è vendicato di sua madre che lo aveva lasciato. Ora i familiari di Nicolina lanciano accuse alle istituzioni e Andrea Orlando, ministro della Giustizia, promette di verificarne l’operato: “Se non c’è stata sufficiente attenzione nella fase in cui si poteva intervenire preventivamente, lo verificheremo”.

La madre di Nicolina, che aveva presentato denunce contro Antonio di Paola, ha puntato il dito contro i servizi sociali, responsabile di aver abbandonato la figlia a se stessa. Alcune testate riportano che aveva chiesto all’assistente sociale di Ischitella di allontanare la figlia dalla casa dei nonni ai quali era stata affidata dopo le minacce e temeva che Di Paola potesse farle del male. Ma alla sua richiesta pare essersi sentita rispondere un generico “sta bene dove sta”.

Eppure la casistica sui femminicidi ci dice che quando una donna lascia un uomo violento può esserci il rischio di rappresaglie contro i familiari. In questo caso il pericolo c’era perché Nicolina è stata uccisa. E allora come può Riccardo Greco, il presidente del Tribunale dei minori di Bari dichiarare: “Questa ragazza è morta per una concatenazione di situazioni non prevedibili”?

Siamo stanche di sentir parlare dell’imprevedibilità del fato invece che delle responsabilità. Ogni volta che le istituzioni alzano gli scudi in difesa del proprio operato, sentiamo parlare dell’ineluttabilità del destino. I burattinai della morte delle donne o dei loro familiari non siano gli dèi malvagi ma l’ignavia, l’incompetenza, l’indifferenza, i pregiudizi sulle vittime, la cattiva organizzazione, l’assenza di progetti contro la violenza alle donne.

La vita di Nicolina doveva essere salvata come altre vite che sono state spezzate prima della sua: quella di Federico Barakat, di Andrea e Davide Iacovone, di Ion Talpis assassinati dai loro padri per rappresaglia. Eppoi ci sono i femminicidi delle donne che avevano denunciato violenze e minacce o stalking come, per ricordarne solo alcune, Marianna Manduca, Carmela Petrucci, Letizia Primiterra, Laura Pezzella e l’ultima Noemi Durini, scomparsa il 3 settembre scorso e trovata, una decina di giorni dopo, sepolta sotto un mucchio di pietre. Assassinata da un coetaneo con cui aveva una relazione. Vite che non si sarebbero perdute se si fossero realizzate tutte quelle politiche e azioni che da anni i Centri antiviolenza e il movimento delle donne chiedono al governo: formazione adeguata, conoscenza delle dinamiche della violenza, valutazione del rischio, lavoro di rete, progetti a supporto delle vittime, case rifugio e… coscienza.

E proprio in queste ore giunge la notizia che la Grande Camera della Corte di Strasburgo ha rigettato il ricorso dello Stato italiano contro la condanna per il caso Talpis. Il 2 marzo scorso la Corte aveva condannato l’Italia per non avere agito con sufficiente rapidità per proteggere Elisaveta e il figlio Ion dalle violenze e dalle minacce di Andrej Talpis, marito e padre delle vittime perché “non agendo prontamente, le autorità italiane avevano privato la denuncia di effetto”. Il 26 novembre del 2013 Andrej Talpis ferì gravemente Elisaveta e uccise il figlio Ion che erano stati abbandonati a loro stessi. Le denunce non avevano avuto nessun esito (passarono sette mesi prima che Elisaveta fosse ascoltata dalla polizia) ed anche il progetto di protezione era venuto meno perché il servizio sociale di Udine aveva contestato l’ospitalità in una Casa rifugio del territorio in quanto “non erano state rispettate le procedure” eppoi “mancavano fondi”. Una vergogna di fronte alla quale lo Stato avrebbe dovuto assumersi le piena responsabilità invece di fare ricorso con un’arroganza che offende non solo Elisaveta e la memoria del figlio Ion ma anche tutte le vittime di violenza che hanno chiesto aiuto e non hanno ottenuto risposte.

Titti Carrano, avvocata e presidente D.i.Re  Donne in rete che ha curato il ricorso alla Corte di Strasburgo per tutelare i diritti di Elisaveta Talpis, ha commentato con amarezza il ricorso dello Stato italiano: “Il governo da una parte a parole dichiara di combattere la violenza contro le donne e la ritiene inaccettabile ma poi presenta un ricorso per un riesame alla Grande Camera sulla sentenza Talpis quasi rivendicando come corrette proprio quelle azioni che sono state condannate dalla Corte e che hanno avuto un esito tragico. Invece deve prendere atto della sentenza della Corte Europea che condanna l’Italia per l’inadeguatezza e le storture del sistema di protezione delle vittime di violenza”.

Storture che la Corte di Strasburgo ha individuato senza dubbi rifiutando quel ricorso inammissibile come la mancanza di coscienza di un  Paese che non vuole responsabilità e per bocca dei suoi rappresentanti istituzionali continua a parlare di femminicidio e di assassinii legati ad esso come di “evento inevitabile”, del “fato“, del “caso“.

@nadiesdaa