Mi è occorso qualche giorno per riprendermi dalla depressione indotta dalla vista del compunto Luigi Di Maio, inginocchiato innanzi al cardinale arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe, nel rito del bacio dell’ampolla con il sangue liquefatto di San Gennaro. Celebrazione bipartisan – l’ostentata venerazione del tradizionale miracolo da piccolo chimico paradisiaco – visto che era della partita devozionale anche la speranza di una certa sinistra sull’indignato a trazione iberica: il sindaco partenopeo Luigi De Magistris, sempre dedito alla parte del Masaniello 2.0.

Segno dei tempi, siffatto revival del sanfedismo codino e superstizioso con mediatizzazione virale: il ritorno all’Italietta dell’immediato dopoguerra. Quella del “Dio ti vede, Stalin no”, del Giulio Andreotti che accompagnava Alcide De Gasperi alla messa quotidiana di prima mattina (e Montanelli scrisse che il leader Dc si rivolgeva a dio mentre il suo giovane segretario si intratteneva con il sagrestano, per contrattarne il pacchetto di voti; e questi gli replicò: “Ma almeno lui mi risponde!”), dell’Amintore Fanfani che si faceva immortalare dai reporter ricevendo la comunione in una pausa della sua campagna anti-divorzista.

Dopo tanto parlare di laicità e di avvenuta secolarizzazione della società nazionale, fa un certo effetto (deprimente) verificare come esponenti di spicco della classe politica pratichino tuttora culti di chiara origine pagana, introiettata dal cristianesimo nella sua fase primordiale; chiari esempi della persistenza di una cultura rurale metabolizzata come tradizione fondativa di senso e significati da una piccola borghesia meridionale di estrazione impiegatizia. Ceti dipendenti dalla benevolenza del potente di turno, quando le forze sociali che hanno promosso le prime rivoluzioni dell’età moderna erano composte in prevalenza dalle classi medie indipendenti (il Terzo Stato degli artigiani, dei tecnici, dei commercianti e della gente di mare).

Ma mentre De Magistris – presumibilmente – resterà confinato nella sua enclave comunale, l’altro chierichetto è assurto a ruoli nazionali di assoluto vertice, quale candidato premier del partito di maggioranza relativa. Scoprirlo così smaccatamente papista – dunque non certo estimatore di papa Bergoglio, che papista non è – lascia francamente perplessi, per almeno due ordini di ragioni

  1. Laddove risultasse eletto primo ministro (molto difficile, vista l’incapacità di fare coalizione della sua parte; però non impossibile, almeno sulla carta e data la giostra impazzita della politica italiana), come potrebbe tenere assieme la difesa dell’indipendenza nazionale e la sottomissione al “magistero” (diciamo così) della Cei e di questo clero pedofilo e oscurantista?
  2. Come si concilia l’idea di modernizzazione nazionale, della quale lui e la sua parte si proclamano incrollabili propugnatori, con l’esibita condivisione di superstizioni arcaiche; tra l’altro molto funzionali per tenere a bada il popolino credulone e facilmente terrorizzabile da campagne tipo No-Vax?

Tutto questo induce a pensare che stia diventando irresistibile la regressione culturale che ci affligge da tempo; prodotta dal combinato disposto dello smantellamento del sistema di garanzie sociali che diffonde smarrimento (dunque la corsa a rassicuranti narrazioni salvifiche, di cui la chiesa cattolica è l’agenzia di promozione più presente nel territorio) e il degrado della qualità del personale politico, iniziato con la mancata rigenerazione a seguito della catastrofe della Prima Repubblica (Tangentopoli).

Per cui oggi rientrano in vigore antiche strategie mimetiche del potere di stampo medievale, per cui la religione torna a fungere da instrumentum regni. E anche le giovani generazioni si incamminano in pellegrinaggio verso questi revival formalistici della fede. Il solito Di Maio ora dichiara di volersi sposare in Chiesa, nonostante la sua compagna nicchi. Feticismo retrogrado dell’abito bianco?