E’ stata costruita a tavolino. Una verità giudiziaria credibile, parziale e di comodo. Racconti verosimili studiati nei dettagli che avessero quei requisiti per ottenere dai giudici il riconoscimento dello status di collaboratore di giustizia. Una strategia condivisa, lucida e cinica orchestrata dai capi camorra per scansare gli ergastoli. La contropartita è: provvedere vita natural durante al fabbisogno dei familiari e parenti dei ‘sacrificati’ e garantire vita agiata. Si tratta per lo più di killer, manovali, guaglioni e terze e quarte fila dei clan. Accreditarli agli occhi degli investigatori come finti boss e con potere decisionale, attribuirgli i reati più gravi. Racconti fotocopia. Un quadro compatibile, pare, con i tanti orientamenti e disamine investigative. Insomma, una bugia ben costruita ripetuta a cantilena nelle aule giudiziarie che si trasforma in una possibile verità per scagionare nei fatti dalle responsabilità più pesanti i vertici dei clan. Una strategia, dicevamo, che finora ha tenuto fuori dai reati più gravi i veri capi.

E’ questa la verità che sta raccontando Gennaro Notturno, alias ‘o sarracino, boss pentito da neppure un mese. Lo zio di Nicola Notturno, il 21enne trucidato dai killer e figlio del boss Raffaele, uno dei capi dell’omonimo clan alleato con il gruppo Abete-Abbinante, uno dei cartelli criminali che componevano l’alleanza degli scissionisti in lotta nella faida di Scampia per il controllo delle piazze di spaccio contro la cosca dei Di Lauro. Il giovane è stato ammazzato in via Ghisleri con 10 colpi di pistola al volto. Cancellare le sembianze. Non lasciare nulla ai parenti neppure un corpo integro per piangerci sopra. Un messaggio chiaro. Una vendetta trasversale di tipo mafioso. Un avvertimento per il dichiarante Gennaro Notturno, preludio al terrore che si potrebbe scatenare se continua a riempire i verbali.

Una reazione rabbiosa per bloccare una genuina collaborazione che potrebbe riscrivere la storia delle faide di camorra a partire dalla stagione del sangue del 2004 e 2005 quando sul selciato delle strade di Napoli si raccolsero oltre 80 morti. I verbali di ‘o sarracino potrebbero avere effetti devastanti per i veri capi del narcotraffico partenopeo.

La portata dei racconti di Gennaro Notturno potrebbe essere come le verità di Gaspare Spatuzza sugli anni delle stragi siciliane. Scompaginare gli assetti. Rovinare chi ormai pensava di aver scampato il carcere a vita. E rileggendo le sentenze salta fuori che capi dello spessore di padrini come Raffaele Amato, Arcangelo Abete, Cesare Pagano, Arcangelo e Guido Abbinante ma anche lo stesso Paolo Di Lauro ed i figli Cosimo e il latitante Marco hanno sulle spalle sentenze con pene esigue per associazione e droga. Quello di Gennaro Notturno, potrebbe essere un pentimento di verità, non interessata ai potenziali benefici di legge e sconti di pena ma ravvedimento puro, sussulto d’animo. Non è credibile che gente del calibro di Amato, Pagano, Abete e Abbinante non ordinassero omicidi e regolamenti di conti. Sarebbe come affermare che in un clan non vi è un livello apicale e una linea di comando. Cosa falsa e non vera. Basta rileggersi la letteratura e la storia emerse negli anni nelle diverse sentenze.

Nonostante l’evoluzione gassosa delle organizzazioni camorristiche è davvero poco credibile che una guerra di camorra, come fu quella nella periferia a Nord di Napoli, avvenisse sull’onda dell’improvvisazione o del ‘fai da te’. Non devono sfuggire neppure le strane confessioni che avvenivano nel bel mezzo dei processi o all’ultima udienza dove davanti ai giudici: “Ammetto gli addebiti”. Assunzioni di responsabilità davanti ai giudici anche di efferati delitti per per ottenere riduzioni di pena e evitare l’ergastolo.

Il primo è stato Gennaro Marino, alias Genny McKay. Dopo aver contestato per anni l’accusa di essere il mandante del duplice omicidio di Fulvio Montanino e Claudio Salierno (28 ottobre 2004, il delitto che segnò l’inizio alla guerra degli Scissionisti contro il clan Di Lauro), chiese la parola dal carcere di Cuneo, dov’è rinchiuso al 41 bis, e in videoconferenza disse al presidente della corte d’assise di Napoli: “Mi assumo le mie responsabilità degli addebiti che mi vengono contestati, e sono spiacente per questo dal profondo del cuore. Purtroppo non mi resta che chiedere scusa alle famiglie delle vittime”. Poi smentì di aver ordinato l’uccisione dei parenti di un pentito e concluse: “Purtroppo ero un’altra persona, oggi sono un’altra persona. Non lo rifarei. Grazie presidente”. Anche Cesare Pagano e il nipote Carmine Pagano seguirono lo stesso copione. Altri improvvisamente si autoaccusavano: “Per un fatto di coscienza sono innocenti di questa storia, non sanno niente”. Anche Enzo Notturno, parente di ‘o sarracino sbotta dalla cella: “Dopo tanti anni di detenzione ho riflettuto e ritengo di ammettere le mie colpe in questo processo, pertanto vorrei chiedere scusa alle famiglie delle vittime. Grazie”. Ora la fiction sembra al capolinea. Gennaro Notturno parla e riscrive la storia.