Io sto con gli ultimi”. Un po’ per via delle celebrazioni del 50esimo anniversario della morte di Don Milani, ma anche per una sorta di afflato spontaneo e diffuso, sono sempre di più le persone che dichiarano di schierarsi dalla parte degli ultimi.

Ma chi sono gli ultimi? Gli immigrati? I senza tetto? I carcerati? I malati terminali? I bambini poveri delle periferie del mondo? I Rohingya? I Rom? Gli inconsapevoli protagonisti del documentario di Ai Weiwei The Human Flow? I dalit?

Purtroppo potremmo proseguire all’infinito nel porci questa domanda e ognuno di noi avrebbe una risposta. Qualcuno si spinge però più in là e nell’individuare i “suoi ultimi” trova dei nemici alla propria opera di soccorso. Nell’elenco dei “nemici” spopolano alcune periferie romane, mentre esponenti del clero nel difendere gli ultimi dichiarano di averne tra i fascisti e i razzisti, dimenticando non solo gli insegnamenti del Vangelo, con l’orecchio del soldato romano mozzato da Pietro e poi riattaccato (Matteo, 26, 36-56) o dell’altra guancia da porgere (Matteo, 5, 38-48)  ma anche i più recenti insegnamenti del Dalai Lama che dichiara di non avere nemici, né in Cina né in altre parti del mondo, pratica che uomini che portano in giro la parola Dio dovrebbero osservare.

Nelle Beatitudini il discorso si fa più complesso visto che al primo posto tra gli ultimi appaiono i poveri di spirito, mentre nella parabola della vigna il padrone paga con lo stesso soldo i lavoratori arrivati all’ultimo, tanto da scatenare la collera di quelli che hanno lavorato sin dalle prime ore. Ma se gli ultimi potrebbero essere i poveri di spirito, tra razzisti, fascisti o abitanti delle borgate romane ne potremmo trovare?

In realtà agli ultimi non interessa molto il posto che occupano in classifica, anche se spesso si trovano a dover contendere ad altri ultimi quel poco che hanno, per lor non si tratta certo di correre un immaginario Giro d’italia come ai tempi di Luigi Malabrocca, in cui l’ultimo posto era ambito e premiato.

A volte ci perdiamo nella nostra sofferenza, nelle nostre preoccupazioni (Thich Nhat Hanh, Spegni il fuoco della rabbia) mentre c’è tanto da fare stando “con”, le energie e le risorse non sono mai sufficienti e non vale la pena di sprecarne per essere “contro”, perché la rabbia e la collera non hanno mai portato nulla di buono a noi e a quanti stanno con noi, ultimi o penultimi che siano.