Mai in passato la Formula 1 ha subito trasformazioni come quelle degli ultimi anni. Dall’inserimento del recupero energetico che ha visto l’avvento di queste nuove motorizzazioni ibride, al cambio di dimensioni delle vetture e delle gomme, a un’esasperata e forse anche esagerata ricerca di sicurezza (con soluzioni che rischiano di snaturare lo stesso aspetto delle monoposto. Questa F1 rischia di allontanare molti tifosi, ma allo stesso tempo attrarre forse nuove generazioni affascinate dal continuo sviluppo e dai continui sviluppi al computer e ai simulatori.

Vi propongo un post interessantissimo di Francesco Svelto che analizza proprio questo e ci fornisce altri punti di discussione che potremmo poi commentare insieme. Buona lettura!

di Francesco Svelto*

In quanti conoscono “halo”? Gli addetti ai lavori e gli appassionati di sicuro, ma la moltitudine, probabilmente, poco o nulla. Ma tra qualche mese, questo divario si colmerà e tutti lo potranno ammirare. E forse disprezzare. “Halo” è un sistema di sicurezza che verrà introdotto dalla prossima stagione per proteggere maggiormente la testa del pilota, ma che va a sporcare in maniera spropositata la bellissima linea estetica di una monoposto. Per quale motivo abbiamo parlato di tutto ciò? Perché sicuramente l’argomento rappresenterà l’ennesima spaccatura tra quelli normalmente critici verso la categoria e coloro che, per diversi motivi, continueranno ad amarla nonostante sia un vortice di continua (e non sempre chiarissima) evoluzione.

Si perché la F1 la si ama o si odia. Non esistono mezze misure. Stiamo parlando di uno sport particolare, estremo in ogni suo aspetto e, anche per questo, fonte di emozioni estremamente contrastanti. Ma perché ci sentiamo sempre ripetere che questa “non è la F1 di una volta”?

Oggi c’è la tendenza alla critica principalmente perché il pilota non è più l’unico responsabile del risultato della pista. Oggi, molto più di ieri, la vettura, con tutta la sua tecnologia, influisce sull’andamento delle gare e dei mondiali, a volte stravolgendolo. A tutto questo aggiungiamo un set di regole al limite della sportività e quasi sempre cervellotiche. L’ultima è stata introdotta nel 2012 ed è il Drs quel dispositivo che favorisce il sorpasso andando a diminuire la resistenza all’avanzamento della vettura che lo attiva. Il Drs è l’applicazione di un concetto ingiusto  perché colui che è davanti non può difendersi. E questo per i puristi del motorsport è inaccettabile.

Tuttavia ci sono delle motivazioni che hanno spinto la Fia a regolamentare tutto questo. In primis la diminuzione dei sorpassi e dello spettacolo. Spettacolo e tecnologia sono parametri inversamente proporzionali tra loro. E nel corso del tempo la bilancia ha iniziato a pendere sempre di più verso il secondo.

Si citavano i piloti. E, in effetti, un altro problema del nostro contesto temporale è la quasi totale assenza di personaggi carismatici sulla griglia. Fenomeno, questo, che con le dovute eccezioni va ormai avanti da circa 30 anni, da quando il pubblico ha cominciato ad abituarsi a quelle emozioni controllate, quasi apatiche di personaggi troppo politically correct, mai fuori dagli schemi, quasi costruiti.

Il pubblico sente la mancanza di quei riferimenti che hanno segnato le epoche della storia, gente come Schumacher, Senna, Prost, Piquet, Mansell. Personaggi che creavano empatia non solo per i loro successi ma anche per il loro modo di essere e apparire fuori dalle piste, nel bene e nel male. Sulla griglia di oggi abbiamo solo il carisma di Alonso che ricalca quella schiera di nomi citati poc’anzi, una personalità particolare che ci fa entusiasmare con le sue gesta in pista, ma anche con i suoi modi di fare così diversi da quelli dei suoi colleghi.

Quindi cos’ha di così affascinante la F1? Cosa ce la fa amare? Una corsa è sempre un evento bellissimo. Non è il sorpasso o la sportellata cattiva o un motore che esplode in una nuvola di fumo che determina il rating di un evento. C’è dell’altro dietro, e molto più nobile. C’è l’ammirazione verso quei prodigi della tecnica, c’è il voler scrutare nel profondo dell’animo dei pensieri e delle emozioni di coloro che al volante sono chiamati a spingere oltre il limite le loro performance umane. E questa è una cosa grandiosa.

E poi siamo sicuri che in F1 è sempre e solo la macchina che vince? In fondo pensiamoci, non è proprio la vettura  il frutto del lavoro di centinaia di persone che lavorano con passione e abnegazione per portare in pista il miglior progetto possibile? Uomini e donne con i loro caratteri, i loro intelletti, le loro storie di vita, le loro motivazioni e i loro sogni. La F1 è forse il gioco più “di squadra” di tutti. Di sicuro quello più umano.

*capo redattore di F1Sport.it