di Giusy Cinquemani

Questo nuovo anno scolastico inizia con due novità: l’utilizzo dello smartphone in classe e l’addio alla bocciatura per tutte le classi di scuola primaria e scuola secondaria di primo grado.

Entrambe le novità, dopo la prima dichiarazione e le immediate perplessità sollevate, seguite da chiarimenti, sempre da parte della ministra Valeria Fedeli: lo smartphone chiaramente va utilizzato a scopi didattici e consapevoli. Chiarimento superfluo, che non chiude le considerazioni in merito all’uso o abuso dello smartphone da parte dei bambini e degli adolescenti. Sfuggono all’attenzione del legislatore le ricerche sulle conseguenze dell’uso dello smartphone sulla capacità di concentrazione e sul rendimento in un compito, scolastico e non, tipo guidare, lavorare e finanche dormire.

Quindi, più che aprire ambiti di utilizzo, lo stato delle cose, inviterebbe a una limitazione dell’uso dello smartphone e, in questo, la scuola, istituzione più strutturata e forte di una famiglia, potrebbe dare una mano ai genitori. Invece, niente. La scuola, che avrebbe il ruolo e la forza per vietare l’utilizzo dello smartphone durante le attività didattiche, apre all’utilizzo, malgrado gli alert per le conseguenze sulle capacità di concentrazione, cognitive e di apprendimento. Scelta apparentemente poco avveduta.

Cosa vieta invece la ministra Fedeli? La bocciatura, per tutte le classi di scuola primaria e scuola secondaria di primo grado, chiarendo che lo spirito legge è diverso, che si sta costruendo una scuola più inclusiva. “Lottare contro le povertà educative, attivando, prima degli scrutini finali, tutte le misure di accompagnamento possibili per non lasciare indietro nessuno”.

L’attuale scuola inclusiva sta lasciando indietro qualcuno? A prima vista, no. Allo stato attuale, la scuola inclusiva, inclusiva per tutti gli alunni in condizione di disabilità, con disturbi dell’apprendimento o con bisogni educativi speciali, da anni promuove, fra le tante cose, l’uso didattico degli strumenti tecnologici, per permettere e favorire la comunicazione, l’apprendimento e l’espressione degli apprendimenti da parte dell’alunno, nonché l’utilizzo dei computer nei laboratori di informatica e della Lim, lavagna multimediale, per tutta la classe.

Chi è che rimane fuori o indietro? E indietro rispetto a cosa? Forse indietro rispetto agli apprendimenti e all’istruzione? Certo, non sembra essere questa la preoccupazione dell’attuale ministro dell’Istruzione, ma neanche di quelli precedenti. L’istruzione, sembrerà paradossale, non è più tra gli obiettivi della scuola, attualmente centrata su accoglienza, inclusione e integrazione. Obiettivi nobilissimi.

Ma se la scuola rinuncia all’istruzione, da chi verrà raccolta questa funzione? Certo, tanto mica la scuola ha come obiettivo la formazione delle nuove classi dirigenti, degli scienziati, degli scrittori, dei ricercatori, degli astronauti, dei medici, certo che no. Del resto, oggi, la filosofia pret a porter del web vuole che sia più importante il viaggio della meta. Anche perché alla meta non stanno pensando, né progettando, di portarci tutti. Quindi obiettivi minimi per tutti e una scuola improntata alla socializzazione e alla dipendenza virtuale.

Infine, c’è da dire che da anni non si boccia più, ma dichiararlo ufficialmente, vuol dire distruggere il fantasma su cui è fondata ogni società civile, il timore che ci sia una conseguenza se si viene meno ad un compito.

@GiuCinque