Qualche bella notizia ogni tanto arriva, anche se magari da lontano e anche se, a confrontare quello che accade altrove e quello che ci tocca vedere qua, alla fine vien malinconia.

La bella notizia è che a Parigi, al Centro Pompidou, si sta svolgendo la prima edizione del festival Extra, dedicato alla “letteratura fuori dal libro”, cioè a tutte quelle esperienze, vocali, sceniche, performative, visive che, pur essendo poesia, nei libri non possono stare.

Ma non basta, perché, in occasione di Extra, si è svolta anche la cerimonia di premiazione del neo-nato Prix Bernard Heidsieck, consacrato proprio a questo tipo di esperienze e che prende il proprio nome da uno dei maestri della poesia sonora e performativa, il francese Bernard Heidsieck, appunto, autore di alcuni dei capolavori sonori della poesia sonora del secondo Novecento come il celeberrimo Vaduz, ma anche infaticabile organizzatore e “partigiano” della poesia nuova e diversa.

A scegliere i vincitori è stata chiamata una Giuria internazionale, presieduta da un altro dei maestri della performance poetry internazionale, il francese Jean Jacques Lebel, poeta, pittore, performer, teorico, creatore di uno dei festival più prestigiosi del mondo, Poliphonix, evento itinerante che per anni, per decenni, ha percorso le strade del mondo diffondendo arte e poesia “diversa”.

La cosa ci riguarda molto da vicino, e non solo perché tutti nomi degli autori francesi sin qua citati hanno ed hanno avuto legami strettissimi con la poesia italiana di ricerca e con i festival che negli anni la hanno ospitata, ma anche perché chi sostiene e rende possibile il Prix Heidsieck è l’italiana Fondazione Bonotto, diretta da Patrizio Peterlini, da anni punto di riferimento della ricerca artistica internazionale. E perché il vincitore di uno dei premi, quello speciale, è stato l’italiano Lamberto Pignotti, un altro dei maestri indiscussi della poesia fuori dal libro. Performer, poeta visivo, teorico delle arti, Pignotti è tanto noto all’estero, quanto poco, troppo poco, considerato in Italia.

Oltre a Pignotti, quest’anno i premi sono andati a John Giorno, una stella del firmamento internazionale della poesia performativa, quello tra i Beat che più ha avuto e mantenuto rapporti con la poesia di ricerca e l’arte internazionale (era lui il corpo nudo di Sleep, l’indimenticabile film di Andy Wharol), e alla franco-norvegese Carolin Bergvall, una nota performer, con base a Londra, che danni sperimenta performance dove voce, parola e immagini si fondono in un tutto unico.

E in Italia? In Italia, ad esempio, c’è voluto, per loro stessa ammissione, il Nobel a Dylan per svegliare un po’ coloro che stilano il programma di poesia di Festivaletteratura di Mantova.
Così, hanno messo su una sezione speciale dedicata a poesia e musica: La parola che canta

Una bella notizia certo. Peccato che dentro ci sia di tutto, tranne quello che avrebbe dovuto esserci a lume di ragione, se solo avessero aperto la finestra e guardato fuori. Di qui la malinconia di cui sopra. Va bene Fiori, che il musicista l’ha fatto, e anche il poeta (pur stando sempre attento a tenere le due cose ben divise), va bene fin Bertoni, che un dischetto di suo l’ha messo su, magari piatto come la Padania, grigio come l’Accademia, ma l’ha fatto. Ma che dire del resto? Pensate un po’ che il top è Milo De Angelis (quello che piace a tutti, ma proprio a tutti, tranne a me e a pochi altri coraggiosi) che duetta con un arpista.

Proprio lui, quello che la poesia sta nei libri, lo slam è intrattenimento e via così. Poi c’è Franco Marcoaldi, poeta di cui non mi risulta alcun legame di sperimentazione con la musica, se non il titolo di una rassegna curata anni fa, Come musica, la poesia che però aveva come invitati poeti assolutamente “letterari”. Poi ancora vari musicisti e varie tavole rotonde. Ovviamente anche sulla canzone d’autore. Ci mancherebbe. E in effetti manca molto, se non tutto.

Ora, va bene anche che la coerenza, per molti versi, è virtù dello stupido, ma questo riciclarsi alla qualunque che senso ha? Ciò che conta è il corpo mistico del poeta sul palco? Anche se balbetta e borbotta? Se si decide di aprire la propria programmazione a cose nuove, perché poi si invitano coloro che con tutto ciò hanno meno a che fare? Forse perché, come recita il programma, si cerca, nientemeno, di: “tornare alla purezza originaria dell’incontro tra poesia e musica”?

Quest’idea, quest’illusione di poter inghiottire tutto, digerirlo e poi vomitarlo fuori, dopo averlo inquinato, stravolto, normalizzato è spiccatamente autoctona.

A Parigi hanno invitato performer, rapper, polipoeti, mica hanno chiesto di partecipare a Roubaud, poeta grandissimo, ma che non perde occasione per scagliarsi contro tutto ciò che nel libro non è. Insomma, per cambiare qualcosa, occorre cambiare davvero, non bastano certe gattopardate, non basta scimmiottare questo e quello. Occorre di più, molto di più.

Che accada a un Festival importante e apparentemente serio come Mantova, fa ancora più malinconia. Anzi tristezza.