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Dicono che questa e altre foto non siano finite in prima pagina perché sono normali – perché queste cose in guerra sono cose che accadono, no? Ma forse invece avrebbero dovuto finire in prima pagina esattamente per questo. Perché certe cose, qui, sono normali.

Ali Arkady, 35 anni, è nato a Khanakin, nel Nord Est dell’Iraq, ma di sé ha sempre detto: sono un iracheno curdo, non un curdo iracheno. E quindi, quando è iniziata la battaglia per Mosul, ha scelto di andare embedded con un’unità delle forze speciali composta da sunniti e sciiti insieme: per dimostrare che l’Iraq esiste. Che c’è la religione qui, sì, ma anche molto altro. Il suo progetto si intitolava Liberators, not destroyers, e nel maggio 2017 è infine apparso in Germania su Der Spiegel. Nell’immagine di copertina, un uomo bendato è appeso per i polsi al soffitto di una stanza dai mattoni non intonacati, il pavimento di graniglia grigia. Dalle caviglie si intravedono dei fili elettrici. In un’altra stanza, un uomo imbavagliato fissa con terrore un soldato, mentre un altro gli torce le braccia, le clavicole dislocate, e altri due, intanto, sullo sfondo, gli passano dietro. Senza neppure guardare. Senza neppure notare. Un’altra ancora invece è all’aperto. In una zona brulla. Un uomo è in ginocchio, di spalle, le mani legate. Un soldato gli spara.

“Torturavano, sequestravano, assassinavano al minimo sospetto di collusione con l’Isis. O anche senza alcun sospetto”, ha detto Ali Arkady. Che era lì a fotografare senza problemi. Anzi. A volte gli veniva persino chiesto se voleva picchiare un po’ i prigionieri. “Perché era come se fosse tutto normale. Avevano totalmente perso il senso di cosa è giusto e cosa è sbagliato“, ha detto. Anche se le forze speciali ritratte nelle sue immagini sono unità della Emergency response division, e non solo sono state addestrate dagli americani: cooperano con gli americani. Che seguono ogni loro operazione con i droni. “Gli americani erano informati di tutto. Passo passo”.


La sola replica degli Stati Uniti è stata un tweet di Brett McGurk, l’inviato di Donald Trump per la coalizione contro l’Isis. Individui o unità che violano i diritti umani, ha scritto, saranno chiamati a rispondere delle loro azioni. E la stampa internazionale sembra avere condiviso la tesi delle mele marce. Dell’eccezione. Trattando queste foto come tutte le altre di Mosul: un po’ di esplosioni, un po’ di macerie, un po’ di profughi.

Un po’ di torture. Anche se Ali Arkady è stato l’unico di noi a coprire Mosul di notte, e se c’è una regola, in guerra, è che la guerra, di notte, cambia. La guerra, di notte, è guerra vera. E infatti l’Iraq ha aperto un’inchiesta, sì: ma è un’inchiesta che non sembra essere molto temuta. “Diventerò ancora più famoso di quanto già non sono”, ha commentato il capitano Omar Nazar, quello che spara all’uomo in ginocchio.

Quella foto non l’ha reso un criminale, ma una star.

Sono cose normali, mi ha detto laconico un giornalista che ha più di anni di esperienza di guerra che io di età. Foto così sbucano sempre, mi ha detto. E in effetti, sono foto che abbiamo già visto. Quei prigionieri somigliano ai prigionieri di Abu Ghraib. Somigliano ai prigionieri dell’Isis. Ai prigionieri delle milizie sciite.

E che senso ha parlare di vittoria, se i combattenti sono uguali, di qua e di là dal fronte?