Caro don Massimo Biancalani,

non ci conosciamo, ma vogliamo portarle la nostra solidarietà e ringraziare le, per aver abbracciato con convinzione e ferma decisione la causa dell’anti-razzismo e i suoi fedeli pistoiesi, per essere stato vicino a loro nel momento in cui bisognava dimostrare cosa significa essere davvero cristiani. Proprio mentre il coordinatore regionale di Forza nuova in Toscana, Leonardo Cabras, che a una giornalista che gli chiedeva se un fascista può essere un buon cristiano, rispondeva di sì e ribadiva che: “un fascista è un buon cattolico“.

È da queste persone che la Chiesa dovrebbe difendersi e prendere le distanze, perché non ci può appropriare così facilmente con una mano del titolo di “cristiano” o “cattolico” mentre con l’altra si tradiscono impunemente i principali valori di questa fede. In nessuna delle Scritture sta scritto che un essere umano, solo perché è nato in una parte del mondo diversa dalla nostra, possa essere considerato inferiore, discriminato. “Ero straniero e mi avete accolto” (Matteo 25), dice Gesù e si rivolge ai veri cristiani, quelli che sanno accogliere perché, come lei ha detto: è innanzitutto un principio etico, che travalica anche i confini delle religioni. È un principio umanista, che ci insegna a riconoscerci, ciascuno di noi, in una umanità, variegata, certo, ma umana, in cui la differenza sostanziale non sta nell’origine, nel colore, nella fede, ma nel comportamento verso gli altri. Questo può renderci disumani. Questo, non la nazionalità.

 Nella sua omelia, lei ha dichiarato: “Gesù non fa l’esame del sangue e le porte della Chiesa sono sempre aperte”. Con queste belle e semplici parole lei ha richiamato gli orrori del razzismo, un pensiero che speravamo sepolto nei polverosi scaffali del passato. Invece no, ha covato sotto la brace della tragedia per risorgere al primo soffio di vento, debitamente alimentato da politici opportunisti e sciacalli. Purtroppo, sul sito di chi la contesta si legge: “Forza Nuova è, infatti, l’avanguardia della Ricostruzione nazionale fondata sulla fedeltà all’ordine naturale, e alle radici, indispensabili a garantirne il futuro, dell’identità italiana ed europea in ogni suo aspetto”.

Ordine naturale, identità italiana, quale identità? Quella espressa nel punto quattro del Manifesto della razza? “La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane“. Dove nel punto successivo si legge: “È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici”. Bisognerebbe leggere le belle pagine scritte da Salvatore Settis, quando parla di Rinascimenti e dell’innegabile e fondamentale apporto delle molte popolazioni che hanno invaso, attraversato, popolato l’Italia.

“Forza nuova esalta il ruolo fondamentale dei popoli europei nella ricostruzione del moribondo continente nero: ricostruzione che sortirebbe l’effetto di tutelare il diritto dei popoli africani a vivere dignitosamente nella propria terra”. Lo dicevano anche i francesi in Algeria, gli inglesi in Kenya, gli italiani in Libia e in Etiopia, mentre massacravano le popolazioni locali. Lo dicono oggi i politici delle nazioni ex colonialiste e i manager delle multinazionali, che prediligono, come soci in affari, quei dittatori africani che opprimono la loro gente, innescando la spirale della fuga.

Leonardo Cabras voleva “vigilare” sulla sua cattolicità don Massimo e la accusa perché, “si occupa del bene della gente, senza entrare nei dettagli. Fatto sta che lui dovrebbe occuparsi del bene delle anime, e stop”. Di questo, forse, può rallegrarsi don Massimo, perché sono le stesse accuse che vengono rivolte a papa Francesco, quando parla dei problemi reali, della vita della gente. Farebbe comodo a molti relegare i religiosi e la religione nell’empireo mondo del sovrannaturale, evitando di tradurne in pratica gli insegnamenti. Come diceva Dom Hélder Câmara: “Quando io dò da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”.

Non so dire se mi ha suscitato più rabbia o tristezza, durante la trasmissione In onda, sentire il giornalista del quotidiano Libero continuare a definirla “il prete”, per non pronunciare il suo nome, e chiamare “neri” i suoi tre ragazzi. Vorrei concludere con una amara riflessione: lei viene accusato di avere portato in piscina dei ragazzi stranieri, che i suoi accusatori considerano esseri inferiori; coloro a cui inneggiano costoro e che considerano i loro punti di riferimento li avrebbero invece accompagnati alle docce.

Video di Emilia Trevisani