Ancora non mi rendo ben conto (forse la calura africana dei giorni scorsi?) la ragione per cui mi sono cacciato nell’impresa di ragionare su un piccolo politicante di lungo corso, ma sempre in terza classe, quale Marco Minniti. Un tipo che sino a oggi era noto quale accompagnatore in calzoleria del suo capo agli albori della Seconda Repubblica – Massimo d’Alema – intenzionato a farsi un paio di scarpe su misura; poi per la frequentazione in penombre delle barbe finte dei servizi segreti nostrani. Oggi il tipetto si gode il canonico quarto d’ora di celebrità andando “a musetto duro” contro quei torvi macellai delle ong e negoziando con i gentlemen libici una joint venture (non del tutto disinteressata e neppure a costo zero per l’Italia) allo scopo di ingabbiare dall’altro lato del Mediterraneo un po’ di negracci in fregola di cercare salvezza oltremare. Operazione i cui chiari effetti umanitari si riscontrano nell’accantonamento del disturbante affaire Regeni e, previo ripristino delle rappresentanze d’ambasciata, nella ricucitura con il premier egiziano, il ben noto gandhiano non-violento generale Al-Sisi.

Mal me ne incolse, vista l’onda anomala di melma sotto forma di commenti da cui sono stato sommerso. E se non vi sono annegato è solo per l’inveterato masochismo di non volermi allineare al luogo comune dilagante. E sì. Perché buona parte dei commenti ripetevano, in varie tonalità insultanti, lo stesso concetto: “Prenditeli in casa tua, questi immigrati!”. Non di rado specificando trattarsi di esponenti della media borghesia africana, spinta dal fancazzismo a farsi mantenere qui da noi.

Al di là del momentaneo orrore per questi spurghi di odio, trovo una continuità, almeno da alcuni decenni, in queste insorgenze mentali di massa; che ogni volta individuano il mostro contro cui indirizzare ondate di risentimento. Guarda caso, ripetendo pappagallescamente lessici e metafore dei loro aizzatori: se oggi la canea attizzata dal trio Salvini-Di Maio-Minniti (con Matteo Renzi all’inseguimento) ripete l’identico rosario di invettive contro gli immigrati traghettati dai taxi del mare e ospitati al Grand Hotel, gli adepti della setta grillesca scimmiottavano il Guru con un florilegio di “onestà” contro cui andranno a sbattere i “rosiconi”.

Trattasi dell’operazione mentale definita “pavlovizzazione”, un tempo praticata sui cani (che iniziavano a salivare al suono della campana cui erano condizionati) e che ormai si esercita sulle persone. Come è successo, dalle nostre parti? Varrebbe la pena di approfondirlo, visto che è fenomeno di lunga durata. Potremmo farlo incominciare al tempo delle bombe e della strategia della tensione, quando per la strage nella milanese Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 venne subito indicata senza tentennamenti la pista anarchica che portava fino a Pietro Valpreda, la cui posizione era aggravata dall’essere “un ballerino”. Poi rivelatosi del tutto estraneo alla vicenda terroristica; mentre si provvedeva a cancellare le impronte di altre mani, al servizio degli equilibri minacciati del potere.

La trasformazione dell’opinione pubblica in un gregge facilmente capace di imbizzarrirsi si è acuita nella Seconda Repubblica: abbiamo assistito alla parabola discendente di Mani Pulite e dei suoi magistrati, prima acclamati come paladini della giustizia e poi trasformati in killer della legalità; se avanzavi sospetti sull’essenza dipietrista di Italia dei Valori (già incubatore fanatizzante di biografie grilline, ma anche shopping center per campagne acquisto berlusconiano di parlamentari con il cartellino del prezzo) venivi crocefisso in effige dagli adepti; quando giunse la stagione dei mercatisti liberisti – da Mario Monti a Michele Boldrin – e timidamente si diceva che le loro ricette pro-establishment (dal salvataggio delle banche come priorità, al buono-scuola per favorire quelle religiose private) avrebbero fatto dilagare la disuguaglianza, i loro supporters, economisti immaginari, ti zittivano sbattendoti in faccia i palmares scientifici dei loro eroi (per una breve stagione). Poi è arrivata l’Europa e l’Euro, un tempo àncora di salvezza italica, trasformati nevroticamente nella summa di ogni peccato. Però ora, stante che criticare Bruxelles presenta qualche pericolo per chi aspira a Palazzo Chigi, il mirino si sposta sui dannati della terra e su chi vorrebbe salvarli da morte certa.

Chiamasi “distrazione di massa”. Quanto questo dipende da un sistema mediatico degenerato, al servizio permanente del “pensiero pensabile”? Quanto dipende da un potere che sentendosi minacciato produce diversivi a ripetizione?

Comunque: italiani brava gente? Ma per favore…