E’ il pomeriggio del 14 agosto, la vigilia di ferragosto, quando il comunicato della Farnesina annuncia che “il Governo italiano ha deciso di inviare l’Ambasciatore Giampaolo Cantini nella capitale egiziana, dopo che – l’8 aprile 2016 – l’allora Capo Missione Maurizio Massari venne richiamato a Roma per consultazioni”. I telefoni cominciano a squillare: la famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore trovato morto con evidenti segni di tortura il 3 febbraio 2016 nella periferia del Cairo, emette un comunicato dove “esprime la sua indignazione per le modalità, la tempistica e il contenuto della decisione del Governo italiano di rimandare l’ambasciatore al Cairo”.

L’indignazione si è fatta ancora più forte da parte dei familiari e dal mondo accademico dopo le rivelazioni pubblicate dal New York Times Magazine. Secondo il quotidiano statunitense, l’amministrazione Obama avrebbe informato tempestivamente il governo Renzi che in base alle informazioni in suo possesso il rapimento e l’omicidio del giovane ricercatore erano da attribuire ai servizi segreti egiziani e che i massimi vertici del Cairo erano a conoscenza dello svolgimento dei fatti. Ipotesi, questa che non fa che acuire il senso di insicurezza di chi, come Giulio, fa ricerca sul campo in Medio Oriente.

“Non possiamo sentirci sicuri o tutelati”, conferma Lucia Sorbera, docente di Storia e dei paesi arabi e dell’Islam all’Università di Sydney. “In realtà, credo che la vera forma di protezione per i ricercatori che operano all’estero sarebbe avere alle spalle un Paese con una politica estera di alto profilo, che mette esplicitamente il rispetto dello Stato di diritto e la tutela dei diritti umani di tutte e di tutti – non solo dei cittadini italiani, ma anche degli egiziani – tra le sue priorità e che pone queste come condizione necessaria per qualsiasi reazione bilaterale. Chiaramente, questo non è il caso dell’Italia”.

Da mesi ormai, complice anche una parte della politica e dell’opinione pubblica italiana, si paventava l’intenzione di sospendere quella che era stata l’unica misura diplomatica, assieme allo stop da parte del Senato della fornitura dei pezzi di ricambio degli arei militari F-16, presa la scorsa estate contro la reticenza delle autorità egiziane del giovane dottorando di Cambridge.

“Quello che ha fatto il governo è offensivo sia nei modi che nei contenuti. La motivazione data da Angelino Alfano per il ritorno dell’ambasciatore, la possibilità di seguire ed agire più da vicino, è nella migliore delle ipotesi poco credibile“, dice Andrea Teti, professore associato all’Università di Aberdeen e coautore della lettera che lo scorso anno era stata firmata da 4.600 accademici per chiedere la verità sull’omicidio di Regeni. “Sicuramente – prosegue – la presenza al Cairo del precedente ambasciatore non è servita a ritrovare salvo Giulio, né a fare chiarezza, nonostante la buona volontà dell’ambasciatore stesso. La decisione è offensiva nei modi, in quanto rilasciata a ferragosto, il che fa venire il dubbio che il governo speri nella distrazione del pubblico, nonché offensiva in quanto coincide con l’anniversario della strage di Rabaa, in cui centinaia di oppositori del regime vennero massacrati in pieno centro al Cairo”.

I rapporti tra Italia e Egitto sono da sempre molto intensi. A livello commerciale l’interscambio tra i due paesi ammonta a circa 5 miliardi di dollari e dalla morte del ricercatore in poi i rapporti sono rimasti intatti. Ne è una dimostrazione il dato divulgato dal Ministero del Commercio egiziano che il 3 agosto ha affermato
che le esportazioni verso l’Italia sono aumentate del 29% nel primo semestre del 2017.

A non essere state scalfite dalla bagarre diplomatica sono anche le attività dell’Eni, principale player italiano del paese. L’azienda energetica italiana conta 14 miliardi di dollari di investimenti, ed ha intensificato la sua presenza con la scoperta due anni fa del giacimento di Zohr – 850 miliardi di metri cubi di gas in grado di cambiare gli assetti del bilancio statale egiziano sulla questione del fabbisogno energetico.

“Se lo si legge alla luce delle regole e delle pratiche della società internazionale, l’annuncio del rinvio dell’ambasciatore italiano al Cairo ‎non può lasciare dubbi. Ritirare un ambasciatore indica non solo uno strappo nelle relazioni tra due Stati‎, ma lancia un segnale ben più ampio alla comunità diplomatica internazionale”, osserva Elisabetta Brighi, professoressa di Relazioni Internazionali all’Università di Westminster. “L’assenza di un proprio membro dalle attività comuni indica un’anomalia, un’obiezione, un’eccezione alla normale gestione dei rapporti tra gli stati e i suoi rappresentanti, qualcosa impossibile da ignorare per la comunità diplomatica. Rinviare un ambasciatore indica allora la ricucitura di uno strappo, la fine di una obiezione, e il ripristino della normale amministrazione. Le argomentazioni spurie, le modalità codarde, e il falso realismo dei rappresentanti del Governo, e dei loro tanti sostenitori nella stampa, non possono offuscare questo dato. A Giulio tutto questo sarebbe risultato piuttosto chiaro: certamente lo è oggi per la sua famiglia e per tutti noi”.

L’importanza dei legami con l’Egitto rivendicata dai politici italiani è giustificata anche dal conflitto della vicina Libia, dove il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi è un forte sostenitore di Khalifa Haftar, il generale libico che controlla la Cirenaica, l’area est del paese. La critica degli addetti ai lavori alla realpolitik del governo italiano non è tuttavia legata solo al caso Regeni, ma anche alla violenta repressione dei diritti umani che l’ex generale ha perpetrato dalla sua presa al potere quattro anni fa. I dissidenti continuano a sparire: la media, secondo le organizzazioni non governative locali e Amnesty International, è di 3 desaparecidos al giorno, mentre 60.000 oppositori sono in carcere. Una situazione che mette a rischio anche gli stranieri che, dopo il caso Regeni, e soprattutto dopo le ultime rivelazioni, sanno bene che il loro passaporto non rappresenta più una tutela.