Frode, la chiamano. Ma più corretto sarebbe chiamarla – parafrasando quel che Woodrow Wilson disse della Prima Guerra Mondiale – la frode che fa finire tutte le frodi. E questo, ovviamente, non perché il regime “bolivarian-chavista”” abbia infine scoperto, dopo tante truffaldine scelleratezze, i piaceri dell’onestà, ma perché, grazie a quest’ultima frode, non resta ormai, in Venezuela, più nulla da defraudare. Dopo l’elezione o, più propriamente, dopo la nomina fraudolenta della Asamblea Nacional Constituyente (Anc), infatti, tutto in Venezuela è frode. Ogni legge è una violazione della legge. Ogni atto di governo è un arbitrio. Ogni sentenza è un’ingiustizia. E dove tutto è frode, notoriamente, nulla è frode. Perché proprio questa, la frode, è in effetti la “normalità” d’ogni dittatura.

Basta ripercorrere gli ultimi eventi – un vero e proprio crescendo rossiniano di clowneschi raggiri del dettato costituzionale – per cogliere questa semplice verità. La convocazione della Anc era arrivata, ai primi di maggio, al termine di un breve ma intenso processo che era cominciato, non per caso, subito dopo il trionfo dell’opposizione nelle parlamentari del dicembre 2015; e che si era quindi dipanato, senza alcun riguardo per la decenza e per il ridicolo, all’insegna di un principio fin troppo ovvio: vietato votare. Il primo passo, compiuto con la complicità di un Tribunal supremo de Justicia, illegalmente ristrutturato durante il mese di transizione, era stato la messa in mora della nuova Assemblea nazionale che il popolo aveva eletto.

Era seguita la lunga serie di trucchi da baraccone con i quali era stato impedito il referendum che – espressamente previsto dalla Costituzione – avrebbe consentito al popolo di revocare il mandato presidenziale di Nicolás Maduro. Ed infine era giunta, a chiudere il cerchio dell’indecenza, la “trovata” d’una nuova Costituyente “originaria e plenitotenziaria” – vale a dire, con poteri assoluti – chiamata a cancellare e rimpiazzare quella che il regime aveva fino a un minuto prima esaltato come “la più bella Costituzione del mondo” (e dev’esser stato proprio per la sua bellezza che è stata, questa Carta magna, stuprata con tanto continuata e sistematica passione prima dal “comandante eterno” Hugo Chávez e poi dal suo “figlio” ed “apostolo” Nicolás Maduro).

Già lo si è scritto e riscritto. La convocazione della Costituente era fin dall’inizio, alla luce d’una Costituzione che imponeva una previa consultazione popolare, una colossale frode. Ed è stato per consumare questa frode, che la cupola chavista ha studiato un’altra frode. Ovvero: un sistema elettorale – anche in questo caso in sostituzione di quello che avevano definito, prima della sconfitta del dicembre 2015, “il migliore del mondo” – la cui natura fraudolenta era evidente anche un poppante. Quindi, di frode in frode, consumata la farsa della votazione, il Consejo nacional electoral (Cne, una burattinesca appendice del governo) aveva con fraudolenta esultanza annunciato risultati (peraltro molto parziali) inverificabili e ridicoli, senza riserve dichiarati “manipolati” dall’impresa – la Smartmatic, anch’essa fino a ieri definita “la più affidabile del mondo” dal governo chavista – che gestisce il sistema computerizzato di votazione.

Ed è stato infine in questo contesto che – quando ancora il Cne non aveva annunciato i fraudolenti risultati definitivi delle elezioni-truffa (cosa che probabilmente non farà mai) – con fraudolenta celerità la nuova Anc è entrata in funzione, affidando a se stessa “poteri al di sopra di tutti poteri”. Ovvero: consumando la frode delle frodi. La frode che fa finire tutte le frodi. Quella specifica forma di frode che si chiama dittatura.

La nuova Anc – va da sé – non elaborerà alcuna Costituzione. Perché il suo obiettivo non è mai stato creare un nuovo (giusto o sbagliato) ordine costituzionale. La Anc di Maduro (anche se a dirigere il coro è ora, con tutta evidenza, capitan Diosdado Cabello, il gorillesco “uomo forte” del regime) è nata con un opposto ed unico obiettivo: cancellare ogni legittimità costituzionale o, per l’appunto, “normalizzare” la frode. Come, con assai torva chiarezza, ha dimostrato ieri il suo primo preannunciato e scontatissimo provvedimento: cacciare, rimpiazzare e punire la Fiscal Luisa Ortega Díaz, responsabile del funzionamento della giustizia.

Perché tanta urgenza di liberarsi d’un personaggio che, fino a non più di qualche mese fa, aveva zelantemente retto bordone, sul piano giudiziario, a tutte le mascalzonate del regime? Per una semplicissima ragione. Perché la Ortega – quali che siano le ragioni della sua riscoperta dei valori della legalità e della verità – aveva rotto qualcosa che è per una dittatura (in fieri com’era fino a ieri il Venezuela, pienamente consumata com’è il Venezuela di oggi) assolutamente essenziale: la catena della impunità e della menzogna.

Più in concreto: perché l’Ortega non solo aveva denunciato le falsità e la natura anticostituzionale della politica governativa, ma aveva, nel suo scontro con il chavismo di governo, minacciato di fare quel che fino ad oggi avrebbe dovuto fare e non ha fatto. Indagare i rapporti tra cupola militare e narcotraffico, rivelare gli itinerari delle bustarelle “brasiliane” di Oderbrecht e Petrobras, scoperchiare le speculazioni sul cambio della moneta. O, più semplicemente: aveva cominciato a rivelare quello che, al di sotto della retorica chavista, è il vero mastice di un sistema di potere, il vero sudicio motore che muove gli ingranaggi di quella che, in realtà – contrariamente a quanto sembra credere la parte più cavernicola della sinistra – una “rivoluzione” non è mai stata. Questo motore si chiama, ovviamente, corruzione. Tornerò sull’argomento perché ne vale la pena.