“Secondo uno studio dell’Università di Oxford l’89% delle persone crede di essere più intelligente della media“. Bisognerebbe che Facebook facesse apparire questa frase ogni volta che qualcuno inizia a scrivere un post.

Sui social tutti si sentono in dovere di esprimere la propria opinione su qualsiasi cosa accada presupponendo di conoscere la verità meglio degli altri, data la propria intelligenza. Così tutti diventano esperti di grandi opere, vaccini, psicologia, pedagogia, clima, politica internazionale, cronaca giudiziaria e qualsiasi argomento sia all’ordine del giorno.

Il risultato è che i contenuti di Facebook, a oltre dieci anni dalla diffusione massiccia del social a livello planetario, stanno diventando sempre più stupidi. Ma cosa intendiamo per “stupidi”? L’economista Carlo Cipolla ne diede una definizione interessante nel 1976: “Lo stupido è una persona che causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita”. Oliver Burkerman cita questa definizione sul Guardian per parlare di Donald Trump, ma calza a pennello per descrivere il vasto popolo di troll e hater che ormai dominano sui social. Per questo mi sono permesso di scrivere una piccola letterina a Mark Zuckerberg.

Caro Mark,
ti do del tu, visto che siamo amici da molti anni su Facebook. Anche se non hai mai messo like a un mio post e non mi hai nemmeno mai invitato a un barbecue alla tua villa di Frisco, siamo abbastanza in confidenza perché io ti possa dare un consiglio. Ho letto alcune dichiarazioni in cui ti lamentavi perché Facebook è ormai invaso da spazzatura, da post insensati, spam, hater violenti e in generale stupidità. Quello che tu sognavi come il paradiso della democrazia e del dibattito intellettuale è diventato un inferno popolato da gattini, selfie di gambe in spiaggia, complottisti anti scie chimiche, neofascisti sgrammaticati e “Saluda Andonio”.

Ho letto anche che stai valutando di pagare degli autori per scrivere post di qualità e risollevare la reputazione del social network che ti è costato tanto lavoro ed è ormai ridotto a un immondezzaio.

I post che intasano i nostri cellulari e le connessioni di mezzo mondo, circolando di server in server, sono di fatto la nuova forma di inquinamento. Un sublime e terrificante inquinamento mentale che si riversa direttamente nelle nostre teste ogni volta che apriamo un social. Un inquinamento che sta contaminando tutto, anche i siti di autorevoli (o presunte tali) testate giornalistiche, sempre a caccia di facili condivisioni.

Beh, caro Mark, prima che la situazione degeneri ulteriormente volevo darti un suggerimento. Anziché pagare autori ti consiglio di far pagare chi scrive. Sì, Mark, fai pagare gli utenti per scrivere. Un euro per ogni singolo post o commento. Si tratta di una cifra simbolica, tutti possono permettersi di spendere un euro per scrivere un post. Però se questi post diventano dieci o venti al giorno, per trenta giorni al mese, per dodici mesi l’anno, gli verrebbe a costare come comprare una casa al mare. Credo che in questo modo la gente presterebbe più attenzione a quello scrive. Mettendo in pratica questo piccolo dissuasore vedrai che, prima di condividere un video di un obeso che cade in piscina o scrivere come sono andati gli esami delle urine, le persone saranno costrette a fare un’azione che per usare il tuo social network non erano mai stati obbligati a fare: pensare. Vale la pena spendere un euro per questo? Si chiederebbero. Certo qualcuno continuerà, però la maggioranza credo che rinuncerebbe e ci risparmieremmo molti post inutili.

Alcuni anni fa una associazione americana di familiari di vittime assassinate durante una rapina propose, come provocazione, di aumentare il prezzo delle pallottole a 10mila dollari l’una. Così, spiegarono, la gente prima di comprarle avrebbe pensato di più al valore, inestimabile, della vita umana. La proposta ovviamente non fu nemmeno presa in considerazione, ma alimentò un dibattito interessante sull’uso delle armi. Ora è il momento di alimentarne uno sull’uso delle parole.

Grazie, Matteo