Ricapitolando. Anthony Scaramucci ha cacciato Sean Spicer, il capo ufficio stampa, e ha portato all’abbandono di Reince Priebus, il capo staff, che è stato sostituito da John Kelly, che ha cacciato Scaramucci. Il cerchio in qualche modo si chiude e le cronache della Casa Bianca assomigliano sempre più a una puntata di Game of Thrones: una trama complessa di alleanze, rivalità, lotte fratricide, colpi di scena, collaboratori deposti e altri improvvisamente elevati prima di cadere altrettanto improvvisamente in disgrazia. Il tutto governato da Donald Trump, che di colpi di scena televisivi è maestro, essendo stato il protagonista di The Apprentice.

L’allontanamento di Scaramucci è stato chiesto proprio da John Kelly, il generale a quattro stelle cui Trump ha affidato la guida logistica della sua amministrazione. Kelly ha assunto l’incarico con un obiettivo: imporre una disciplina militare a una West Wing in cui tutti sembrano poter dire (e fare) ciò che vogliono. È chiaro che il target principale del generale non poteva che essere Scaramucci, il nuovo capo della comunicazione che nelle prime dichiarazioni da nominato minacciava di licenziare mezza Casa Bianca, e definiva Reince Priebus (l’ex capo staff) “un fottuto paranoico” e Stephen Bannon (l’attuale capo stratega, non si sa per quanto), “uno cui piace guardarsi l’uccello”.

L’allontanamento di Scaramucci è stato chiesto proprio da John Kelly, il generale a quattro stelle cui Trump ha affidato la guida logistica della sua amministrazione

A Trump, Scaramucci è sempre piaciuto. Gli è sempre piaciuta la sua vis polemica, l’atteggiamento iconoclasta incurante di regole e buone maniere, il suo essere un avventuriero – arrivato alla politica dopo i fallimenti nella finanza – e un Mooch (il soprannome di Scaramucci), un camaleonte pronto a cambiare casacca a seconda degli interessi, delle circostanze, anche soltanto di come gli girava in un certo momento. Scaramucci raccoglieva fondi per la campagna elettorale di Barack Obama nel 2008; nel 2016 diceva che ogni candidato repubblicano era meglio di Trump. Dopo l’arrivo del tycoon alla Casa Bianca, si era trasformato in uno dei suoi più fieri sostenitori.

Scaramucci era insomma un “altro Trump”: incostante, imprevedibile, blasfemo. Ma alla Casa Bianca, per il momento, un Trump solo pare più che sufficiente; e le qualità non erano destinate a fare buona impressione su un militare di carriera come John Kelly, che nel suo primo giorno di lavoro come chief of staff ha chiesto la testa proprio di Scaramucci. Trump ha esitato. Poi, nel week end, sono intervenuti la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, i soli di cui il presidente si fidi in modo incondizionato. Figlia e genero gli hanno spiegato che Scaramucci era un peso e una potenziale minaccia per la stabilità dell’amministrazione. Lo hanno, alla fine, convinto. Avventuriero senza scrupoli, Scaramucci ha vissuto dieci giorni all’altezza della sua fama. Ha conquistato un potere enorme; ha fatto cacciare il suo nemico Sean Spicer; ha costretto all’abbandono un altro nemico, Reince Priebus; è caduto improvvisamente in disgrazia; è stato licenziato e accompagnato dalla security fuori della Casa Bianca. Nel frattempo, è stato anche mollato dalla moglie; e, nel volume degli alunni della sua alma mater, Harvard University, lo hanno erroneamente dichiarato “deceduto”.

Ivanka e il genero Jared Kushner sono i soli di cui il presidente si fidi in modo incondizionato

A questo punto si aprono scommesse e ipotesi sul futuro. Una cosa appare chiara. Nella Casa Bianca di Trump sono tutti a rischio. E’ stato più volte raccontato che, in politica, a Trump piace fare quello che faceva da imprenditore: stimolare la competizione, creare uno stato di continua incertezza che dovrebbe costringere i collaboratori a dare il meglio. Un solo ambito è sacro: la famiglia. Trump è intervenuto come un leone per difendere la figlia Ivanka dalle accuse di usare la Casa Bianca per vendere i suoi vestiti; ha dettato personalmente la dichiarazione in cui il figlio Donald Jr. nega qualsiasi addebito nell’incontro con l’avvocata russa Natalia Veselnitskaya; ha sempre esaltato le qualità del genero Jared Kushner, cui sono state affidate delicate questioni interne e internazionali.

Al di fuori della famiglia, tutti sono a rischio. La lista dei “caduti” in sei mesi di presidenza, oltre Anthony Scaramucci, comprende: Sally Yates, l’acting attorney general, licenziata perché si opponeva al travel ban; Michael Flynn, l’ex consigliere alla sicurezza nazionale, restato sgradevolmente impigliato nel Russiagate; Katie Walsh, la vice chief of staff, dimessasi per le pressioni di Bannon e Kushner; Mike Dubke, il primo direttore della comunicazione, cui non è riuscito di risollevare le sorti del capo ufficio stampa, in difficoltà, Sean Spicer; lo stesso Sean Spicer, che se ne è andato travolto dai pessimi rapporti con i giornalisti e dalla rabbia di Trump per la pessima stampa; James Comey, l’ex direttore dell’FBI, allontanato per aver portato avanti con troppa autonomia l’indagine sulla Russia; KT McFarland, il vice consigliere alla sicurezza nazionale, mandato in Giappone dopo aver litigato con il suo nuovo capo HR McMaster; Walter Shaub, il direttore dell’Office of Government Ethics che se ne è andato dopo aver accusato Trump di “trasformare il Paese in una cleptocrazia”; Michael Short, vice capo ufficio stampa, accusato da Scaramucci di essere la “talpa” che passa informazioni riservate ai giornalisti; Reince Priebus, ex segretario del G.O.P. e messo a fare il capo staff per assicurare un canale diretto con i repubblicani del Congresso, costretto all’addio dopo gli attacchi scomposti di Scaramucci. Persino la usher della Casa Bianca, Angella Reid, la persona che ha in carico il cerimoniere, è stata messa alla porta dopo l’arrivo della nuova famiglia presidenziale.

Tutti, al di là dei parenti più stretti, possono perdere la fiducia del boss e finire scortati fuori dal loro ufficio dalle guardie della sicurezza

Trump può quindi dire, come ha fatto alcune ore prima del licenziamento di Scaramucci, che “non esiste il caos alla Casa Bianca”; almeno una certa confusione sembra però dominare. Tutti, al di fuori della famiglia, sono a rischio; tutti, al di là dei parenti più stretti, possono perdere la fiducia del boss e finire scortati fuori dal loro ufficio dalle guardie della sicurezza. Nei prossimi giorni la lista dei “caduti” potrebbe allungarsi. E’ in sicura uscita Jeff Sessions, l’attorney general vittima degli strali di Trump per essersi auto-sospeso nel Russiagate e aver lasciato l’inchiesta nelle mani di Robert Mueller (lo special counsel che Trump ha velatamente minacciato di licenziamento nel caso allargasse troppo lo spettro dell’indagine). E si moltiplicano le voci sull’addio di Rex Tillerson, che alla guida del Dipartimento di Stato si è spesso visto contraddetto da Trump, oltre a dover seguire i precipitosi cambiamenti di rotta del capo (un esempio: Tillerson era per mantenere l’assoluta neutralità nella crisi sul Qatar; Trump ha preso rumorosamente posizione a favore dell’Arabia Saudita).

C’è poi, ad accentuare incertezza e confusione, un dato che appare ormai evidente. Questa amministrazione sta sempre più tagliando ogni ponte con i repubblicani. Reince Priebus e Sean Spicer (entrambi molto vicini allo speaker della Camera Paul Ryan) erano la garanzia che il G.O.P. aveva un canale di comunicazione privilegiato con la Casa Bianca – e una certa forma di controllo su di essa. Con il loro addio, quella comunicazione si interrompe. Trump appare sempre più isolato dal suo partito – e le frequenti débacle parlamentari lo dimostrano – con un entourage fatto di familiari, generali in pensione ed ex democratici (lo era Scaramucci, lo è il genero Jared Kushner), senza grandi legami con il G.O.P. La domanda è: fino a quando i repubblicani potranno tollerare questa situazione?