C’è veramente un fortissimo problema di libertà d’informazione, se perfino un giornale che si continua ad autodefinire comunista come il manifesto, decide di non pubblicare le corrispondenze da Caracas della sua giornalista Geraldina Colotti (decisione davvero inspiegabile che ci si augura venga revocata al più presto) che le ha messe sui social media a beneficio di chi voglia attingere a fonti diverse da quelle dominanti per capire cosa realmente stia accadendo nella Repubblica bolivariana di Venezuela.

Scrive Geraldina, a proposito dello sciopero di 48 ore proclamato dall’opposizione qualche giorno fa: “Nella maggioranza della capitale, nella maggioranza del paese, tutto è aperto e si produce. Secondo il monitoraggio dei media indipendenti, anche negli Stati governati dall’opposizione la percentuale di chi ha scioperato nelle fabbriche è minima (tra il 10 e il 18%). Nelle zone agiate di Caracas, invece, continuano le violenze benché in proporzione più ridotta: anche grazie all’attivazione del Plan Zamora, il piano di prevenzione dispiegato dal governo per garantire il voto del 30 in sicurezza. Nel Merida vi sono stati scontri e un morto“.

Notizie che ben difficilmente potrete trovare sui giornaloni, italiani o di altri Paesi occidentali. Come pure non troverete la discussa conferenza stampa del capo della Cia, Pompeo, che ha rivelato come la nota agenzia di intelligence stia pianificando il suo intervento in Venezuela con Messico e Colombia, due Paesi indubbiamente all’avanguardia in fatto di diritti umani, dove si contano ogni anno centinaia di vittime tra giornalisti, sindacalisti, studenti, leader sociali. Beninteso i governi di tali Paesi hanno smentito, ma Pompeo ha parlato chiaro e qui c’è il video della sua intervista.

L’informazione è un bene pubblico troppo importante per sacrificarlo a logiche censorie che censurino o distorcano quanto fatto o affermato da alcune delle parti in causa. Quindi va dato spazio a tutte le voci e a tutte le notizie. Certamente quando, più o meno cent’anni fa, John Reed mandava le sue corrispondenze dalla Russia in fiamme, poi raccolte nel libro “Dieci giorni che sconvolsero il mondo” e riprodotte da Warren Beatty nel film Reds, non esisteva Facebook e neanche la televisione. Esisteva però un giornalista militante e coraggioso, come Reed, che mettendo nero su bianco le sue cronache ci ha consentito di conoscere quegli avvenimenti. Dei tanti, certamente meno sofisticati di quelli di oggi, pennivendoli dell’epoca non è invece ovviamente rimasto niente.

La posta in gioco in Venezuela è immensa. Il potere imperiale e le multinazionali del petrolio vogliono riprendere il controllo delle maggiori riserve petrolifere accertate al mondo. Non è certamente casuale che l’attuale capo del Dipartimento di Stato, Tillerson, provenga dai ranghi della Exxon Mobil, in lizza con il Venezuela, tra l’altro, per il controllo degli enormi giacimenti dell’Esequibo.

Certamente il chavismo e Maduro possono aver commesso degli errori. Ma la scelta di mettere il potere decisionale in mano al popolo, convocando le elezioni per l’Assemblea costituente che si svolgeranno domenica prossima, è una scelta giusta e che può aprire la strada a una soluzione pacifica e partecipata della crisi venezuelana.

Non attraverso la violenza di piazza che inevitabilmente provoca una reazione a sua volta violenta, ma attraverso il voto e il dibattito democratico capillare, in tutto il Paese, sulle scelte da attuare per combattere i mali atavici che affliggono questo Paese come gran parte dell’America Latina e che sono fra loro direttamente interconnessi: dipendenza dal modello estrattivo, corruzione, criminalità.

L’opposizione vorrebbe farci credere che potrà dare una risposta a questi problemi atavici restaurando la tradizionale dipendenza del Venezuela dai centri del potere imperiale, che si accompagna alla restaurazione completa del dominio della classe dominante all’interno del Paese, con la possibilità di destinare qualche briciola alla classe media inquieta. Ma è lecito nutrire forti dubbi che questa sia la soluzione migliore.

Ad ogni modo, domenica il popolo venezuelano si esprimerà in merito partecipando alle elezioni della Costituente, negli oltre tredicimila centri di votazione installati dal Comitato nazionale elettorale in tutto il Paese. Ci sarà un’ampia partecipazione? Lo vedremo oggi. Intanto, sia il successo della prova generale svolta due settimane fa, che la grande massa di gente in piazza a Caracas ieri, lasciano presagire che Nicolas Maduro e il suo governo l’abbiano azzeccata in pieno. Ora la parola passa al popolo. Che deve poter esercitare il suo diritto di voto senza alcun ostacolo.