Sulla pedofilia del clero non si può continuare a fare propaganda. Per decenni i vescovi che coprivano gli abusi sessuali dei loro preti sui bambini venivano valutati positivamente e perciò promossi. Era un titolo di merito agli occhi del Vaticano essere riusciti a tenere lo scandalo sotto silenzio, quando in realtà si trattava di reati gravissimi. E il nemico non erano questi orchi travestiti da preti, quando non da vescovi, che commettevano le violenze più aberranti con le stesse mani con le quali benedicevano, assolvevano e consacravano l’Eucaristia.

Il vero nemico erano i media, che portavano alla luce, non senza enormi difficoltà per l’omertà difficile da superare, quegli scandali. Delle vere e proprie “messe nere”, come le ha definite Papa Francesco. A invertire la rotta e a far emergere questa “sporcizia” ecclesiale è stato Benedetto XVI che, già da cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, aveva chiesto invano di attuare un serio contrasto alla pedofilia nel clero.

Ratzinger lo aveva fatto puntando il dito contro il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollago, la cui vita non ha esitato a definire “immorale”. Ma quella del sacerdote autore di inenarrabili abusi era e forse è ancora la congregazione religiosa con il maggior numero di vocazioni al mondo e che sicuramente è sempre stata ben presente con le sue donazioni nelle casse vaticane.

È paradossale e al contempo emblematico che, proprio durante il pontificato di Benedetto XVI, che non aveva avuto paura di sollevare la “sporcizia” che esiste nella Chiesa cattolica, lo scandalo dei preti pedofili sia deflagrato con una veemenza impressionante in ogni latitudine. Ratzinger ancora una volta dimostrò di non voler fare un’operazione maquillage ma, ben consapevole della portata di questa piaga, di avere la ferma intenzione di portare avanti una seria politica della tolleranza zero. Non a caso in numerosi viaggi internazionali volle incontrare alcune vittime degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti e pregare insieme con loro.

Sulla stessa linea si è posto Francesco denunciando la complicità dei vescovi che per decenni avevano preferito coprire i loro preti piuttosto che ascoltare e aiutare le vittime degli abusi. Davanti a questi concreti, sinceri e certamente non facili sforzi per attuare finalmente una radicale opera di contrasto alla pedofilia del clero, non è onorevole utilizzare questa aberrante piaga per la propria spicciola propaganda.

Un tema, quello degli abusi sessuali sui minori da parte dei sacerdoti, tornato in queste settimane alla ribalta grazie a una seria e rigorosa inchiesta di cui la Chiesa cattolica deve solo far tesoro. Non si tratta di un atto d’accusa verso i vertici ecclesiastici, dato che proprio nel report viene lodata la loro collaborazione, bensì di un’operazione verità necessaria se si vuole davvero fare in modo che questi crimini non avvengano più.

Il riferimento è a quanto emerso a Ratisbona dove, nell’arco di oltre un quarantennio, i bambini del prestigioso e antichissimo coro della cattedrale sono stati vittime di violenza fisica e in alcuni casi sessuale. Un vero e proprio “campo di concentramento” con 547 minori abusati da preti e insegnanti e 67 casi di pedofilia. Anche qui c’è stato chi ha voluto sminuire, perché numericamente inferiori, i casi di violenza sessuale.

Nulla di più sbagliato perché, come ha ricordato spesso Bergoglio, non si tratta di un calcolo di proporzioni. Anche un solo bambino violentato da un prete è un orrore che merita di essere perseguito con estrema severità. Alcuni hanno cercato di archiviare rapidamente questa orrenda pagina della storia della Chiesa tedesca perché a essa è legato il nome di monsignor Georg Ratzinger, fratello maggiore del Papa emerito, oggi 93enne.

Il presule, infatti, per 30 anni ha diretto il coro della cattedrale di Ratisbona e proprio in questo periodo è avvenuta la maggioranza delle violenze. Già nel 2010, quando si iniziò a rompere il tabù sugli abusi subiti dai coristi tedeschi, monsignor Ratzinger ammise di aver dato anche lui qualche ceffone e che i bambini gli avevano raccontato che subivano percosse, ma di non aver mai immaginato che ci fossero anche violenze sessuali.

Egli non fece nulla per verificare la veridicità di quelle denunce fatte dai suoi piccoli coristi in una disperata richiesta di aiuto. E ciò non attenua le sue responsabilità. La presenza del nome di Ratzinger alla drammatica vicenda di Ratisbona non può indurre a sottovalutare la portata di questa orrenda pagina. Il rigoroso contrasto alla pedofilia del clero, come insegnano Benedetto XVI e Francesco, non conosce “figli di papà”, altrimenti si ricade nella spirale dell’omertà che la Chiesa ha incarnato per decenni.

Indicativo in questa direzione è il processo al cardinale George Pell, che il 26 luglio prossimo dovrà presentarsi nell’aula del tribunale australiano che lo accusa non solo di aver coperto decine di abusi sessuali su minori dei suoi preti quando era arcivescovo di Melbourne, ma di essere stato lui stesso autore di atti di pedofilia.

Mai un’accusa così grave era stata rivolta a un porporato. Francesco attende serenamente la sentenza dei giudici e agirà di conseguenza rispettando il lavoro della magistratura australiana. La lotta alla pedofilia, se attuata con la politica della tolleranza zero, non può fare preferenze.