Sono pochi giorni che il G20 di Amburgo, trainato dalla Cancelliera Angela Merkel, ha fatto suo un programma per l’Africa: Compact with Africa (ma quanto piace il “compact” ai tedeschi!). Il tema dell’Africa, specie dopo le immagini di decine di migliaia di migranti inscatolati sui barconi verso l’Italia, sembra essere diventato un tema forte della politica estera tedesca.

Dopo aver “aperto le porte” ai rifugiati siriani, la Merkel cerca di impersonare la parte della madre accogliente in un’Europa di padri egoisti. L’Europa dovrebbe tornare protagonista in Africa. Il problema è che i rapporti tra i due continenti sono carichi di un passato con più ombre che luci.

Le prime idee di Eurafrica nascono negli anni ’20 sulla scia della preoccupazione per l’espansione delle razze non bianche dopo la Grande guerra fra europei. La presenza di soldati senegalesi nell’esercito di occupazione francese della Renania aveva gettato nel panico i tedeschi. Come può un nero vigilare su un bianco? E le donne tedesche non saranno disonorate dal maschio africano? Sembrava una buona idea controbilanciare la sovrappopolazione europea e la percepita scarsità di spazio agricolo con una cooperazione in Africa accoppiata alla creazione di colonie di popolamento bianche che diffondessero la civiltà europea.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e con il rafforzamento di movimenti nazionalisti in tutto il Terzo Mondo, questi programmi apertamente coloniali erano meno legittimi. E’ per questo la nuova versione di Eurafrica, incardinata nei Trattati di Roma che hanno anno dato vita alla Comunità economica europea nel 1957, era più annacquata. Nel 1957 la Comunità economico europea (Cee) includeva territori prevalentemente africani appartenenti agli imperi coloniali di Francia e Belgio, inglobati senza nemmeno chieder loro il permesso in cambio di aiuti allo sviluppo che in sostanza erano finanziamenti ai Paesi colonizzatori. Nel 1957 un congolese, lo volesse o meno, lo sapesse o mano, faceva parte della Cee. La Cee è nata eurafricana, pienamente intinta nell’epoca coloniale, perché l’Africa veniva considerata parte della sfera d’influenza europea, territorio dal quale estrarre preziose risorse.

Nel 1960 la maggior parte dei Paesi africani diventarono indipendenti e l’Eurafrica divenne un concetto impronunciabile. Dal 1963 si instaurano tra Cee e Paesi africani tutta una serie di rapporti di associazione che prevedevano prima “aiuti alla sviluppo” e poi “cooperazione”. La storia di questi rapporti è variegata, ha dei avuto dei momenti “alti”, ma nella sostanza è stata un quasi totale fallimento se è vero che il Pil procapite africano è in media inferiore del 10 per cento rispetto ai livelli raggiunto nel picco del 1974.

Veniamo quindi al piano Merkel per l’Africa. Considerando che dagli “aiuti” finanziari alla Grecia la Germania ha guadagnato 1,3 miliardi di euro, considerato che il bilancio dell’Unione europea ha elementi ridistributivi risibili e che l’euro per la Germania è incomparabilmente più strategico dei rapporti con l’Africa, devo dire che il piano mi vedeva scettico a priori.

Il piano Merkel mira a incentivare gli investimenti privati e infrastrutturali in Africa. Gli strumenti per realizzare lo scopo sarebbero: riduzione del debito e l’aumento delle entrate (introducendo tasse sulla proprietà e annullando ogni genere di esenzione) in modo da creare un “quadro macroeconomico” credibile nei Paesi africani; messa in opera di meccanismi di risoluzione delle dispute che garantiscano gli investitori combinati con la privatizzazione di tutti i servizi; mobilitazione di investimenti finanziari privati e pubblici internazionali. La logica di fondo è che gli investimenti esteri faranno miracoli: When international firms invest, they bring finance as well as new ideas and the organizational know-how that lift productivity and help link Africa into global value chains.

Tutto ciò non ha nulla a che fare con il benessere dei popoli africani. Le istituzioni pubbliche europee e occidentali fornirebbero supporto tecnico ma non metterebbero un quattrino, mentre le società occidentali avrebbero aperte praterie per dominare industria e i servizi africani: è un progetto di azzeramento di quel poco di Stato sociale e di beni comuni che ancora esistono in Africa, seguendo un’ideologia della quale la Germania mercantile (ovviamente fuori dai suoi confini nazionali) ha oramai preso la guida.

Il piano eurafricano di Merkel ha tre obiettivi reali. Il primo è rilanciare le economie europee con commesse nelle infrastrutture e nelle industrie estrattive africane, mettendo gli investimenti al sicuro da ogni possibile intervento legislativo e fiscale dei governi africani; il secondo è consolidare la collaborazione politica con le élite di alcuni Paesi africani per limitare le partenze di migranti. Il terzo è contrastare l’oramai clamorosa espansione politica ed economica della Cina in Africa (che di recente ha aperto a Gibuti la sua prima base militare all’estero).

L’Africa ha bisogno di tante cose, ma sicuramente di diverse regole del commercio internazionali che proteggano la manifattura e l’agricoltura locale, regole sulle industrie estrattiva che garantiscano la sovranità dei Parlamenti locali impedendo scandali come quello di Eni in Nigeria, sostegno all’educazione e alla sanità, e anche investimenti internazionali che non minino la sovranità nazionale e non disincentivino il regionalismo.

Il piano Merkel è l’Eurafrica al tempo del neoliberismo: è una versione più brutale del trattamento semicoloniale riservato nell’Unione europea alla Grecia con il risultato che in Africa, la cui popolazione potrebbe raddoppiare nei prossimi 30 anni, ci saranno più povertà e più migranti.