Gli incendi non devastano solo l’Italia, basta pensare alla California o al Portogallo per citare solo i casi più recenti, oppure a quelli che periodicamente si abbattono sulle foreste australiane. Ma quello che sta succedendo in Italia e che è in corso da giorni con una diffusione capillare nel centro sud, con nuovi fronti di fuoco che continuano ad aprirsi e quelli “vecchi” che non vengono debellati è qualcosa  a cui non si era mai assistito e che sta producendo un danno irreversibile, almeno per decenni, in un patrimonio ambientale già enormemente provato, per non dire semplicemente devastato.

L’elenco del disastro è quasi impossibile da aggiornare, non risparmia nessuna regione del centro Sud e colpisce i parchi, le tenute, le coste, le spiagge più suggestive e attrattive del nostro paese: dall’oasi di Astroni, uno dei luoghi virgiliani di quel paradiso terrestre che fu la “Campania felix”, alle pendici del Vesuvio, dalla pineta di Castel Fusano nel Lazio, uno dei gioielli paesaggistici superstiti dell’anello verde che circondava la Capitale prima delle scorrerie di molte generazioni di palazzinari, fino alla “ultima spiaggia” di Capalbio.

 

Per non parlare delle isole, dove le incursioni dei cosiddetti “piromani” non hanno mai suscitato un adeguato allarme a livello istituzionale e nemmeno una diffusa riprovazione sociale, quasi fossero un male fisiologico connesso alla bella stagione. In questi giorni il fuoco ha minacciato da vicino il centro di Sciacca, ha devastato un ampio tratto della riserva dello Zingaro e si è abbattuto su Lipari.

Ma quest’estate non si stanno “solo” toccando con mano gli effetti di decenni di incuria, abbandono dei parchi al loro destino, assenza di prevenzione, sottovalutazione di un fenomeno criminale, o meglio di un terrorismo ambientale diffuso, dato che quasi il cento per cento degli incendi è doloso: solo il 3% è ascrivibile a origini naturali. Ormai da giorni stiamo assistendo al fallimento sistematico della “terapia” nel momento massimo dell’emergenza, quando le chiamate si moltiplicano, i fronti del fuoco vengono sedati solo per poche ore e i focolai si riaccendono.

Quanto maggiore era il bisogno di intervento tanto più è stato carente o totalmente assente con gli elicotteri antincendio rimasti a terra, i canadair prestati fugacemente dalla Francia e richiamati in patria per necessità interna, ma soprattutto con poco personale, poco qualificato e senza esperienza “grazie” all’estinzione della forestale e all’accorpamento in fretta e furia con carabinieri e vigili del fuoco imposto dalla riforma Madia.

Così, mancanza di coordinamento, assenza degli uomini giusti al posto giusto, appesantimento burocratico combinati alla mancanza prolungata di manutenzione e a condizioni ambientali già proibitive, ma ampiamente annunciate da una siccità iniziata dalla primavera, hanno provocato un danno stimato economicamente dalla Coldiretti oltre diecimila euro per ettaro andato in fumo, ma inestimabile sotto il profilo ambientale, dell’impoverimento del patrimonio forestale e della distruzione delle biodiversità.

E se i tempi per il rimboschimento e il ripopolamento faunistico vengono stimati un po’ ottimisticamente in circa 15 anni, che pure sono quasi una generazione, i casi pregressi fanno temere che saranno molto più lunghi. Mi viene in mente la cima tuttora brulla ed annerita del monte Solaro ad Anacapri dove sono ritornata qualche mese fa e dove negli anni 90 ero stata testimone ed ero scampata a un incendio spaventoso che aveva avvolto la seggiovia, causando un morto e diversi feriti di cui ho ancora le grida nelle orecchie.

Un incendio “naturalmente” doloso, erano stati ritrovati diversi inneschi, e c’era, credo, anche un testimone oculare, ma a quanto mi ricordo, non sono mai stati individuati i responsabili. Il male “inesorabile”, per gravissime responsabilità politiche e per deficit di senso civico diffuso del bel paese non è iniziato ieri e l’orrore di questi giorni, e speriamo di non dover dire di questi mesi, ha radici lontane.

Raffaele La Capria, già agli inizi degli anni 80, quando era ritornato a Capri 30 anni  dopo e già allora, ritrovando un luogo che non riconosceva, aveva intuito qualcosa che il disastro ambientale odierno su luoghi rappresentativi del “bel paese” evidenzia drammaticamente.

Nel suo libro di denuncia della progressiva e inesorabile corruzione dell’isola di Tiberio e delle Sirene dal titolo eloquente Capri e non più Capri osservava:”E proprio perché qui la Natura è strettamente unita alla Bellezza se ne avverte meglio la fragilità, e si sente che il centro della sofferenza non è più nell’Uomo e nella Storia ma si è trasferito nella Natura”.

Oggi siamo testimoni di della veridicità di queste parole, totalmente ignorate o dimenticate e probabilmente a distanza di tanti anni siamo di fronte a una sorta di “ultima chiamata” per cercare di invertire la rotta verso una fine annunciata. Purché la nostra attenzione per salvare il salvabile dell’ambiente da cui dipende la nostra vita non si esaurisca con i titoli sugli incendi in prima pagina o qualche approfondimento in prima serata che dureranno sì e no ancora qualche giorno.