di Flaminio de Castelmur per @SpazioEconomia

L’intervento pubblico del presidente dell’Inps Tito Boeri tenuto negli scorsi giorni interpreta alcuni dati del bilancio che meritano un’analisi ulteriore. Soffermandoci sulla gestione del comparto pensionistico e l’analisi del suo funzionamento, cerchiamo ora di capire se è sostenibile e se sono vere le affermazioni di Boeri che ha posto il problema dei contributi versati dai lavoratori stranieri per mantenerlo in equilibrio.

La tabella precedente evidenzia il totale delle entrate Inps afferenti alla previdenza. Vediamo come sono progressivamente aumentate, anche in costanza della crisi. Dal 2012 al 2017 (previsioni) la crescita è stata superiore all’8%. Questa dinamica rispetta quella delle componenti del totale quali le entrate contributive, i trasferimenti dallo Stato e, in misura impercettibile, le altre entrate dell’Istituto.

Se vediamo le entrate da contributi illustrate in questa tabella, il loro totale nel 2017 dovrebbe superare i 219 miliardi con una dinamica sul 2012 del 5,39%.

Questa voce del bilancio Inps dovrebbe coprire le uscite necessarie a erogare le pensioni, il cui importo totale per il 2017 è previsto pari a 275,3 miliardi, 2,7 miliardi in più rispetto alle previsioni aggiornate per il 2016. Vengono pagate a 15,5 milioni di soggetti percettori, di cui 5,8 milioni (il 37,5% del totale) che nel 2016 hanno ricevuto un assegno inferiore a mille euro al mese. Ma così non è; non bastando le entrate sopra riportate alle esigenze totali di prestazione, lo Stato deve intervenire a carico della fiscalità generale integrando le entrate Inps con importi anch’essi in crescita.

Come si vede, la somma è costantemente lievitata, raggiungendo i 107 miliardi nel 2017, con un delta sul 2012 di ben 14,47 punti percentuali. Con le cifre riportate sopra, l’affermazione del presidente Boeri riguardo l’importanza dei contributi dei lavoratori immigrati per il nostro sistema di protezione sociale, è corretta?

Secondo i calcoli Inps, se i versamenti dei lavoratori immigrati dovessero azzerarsi, avremmo per i prossimi 22 anni, 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps.

A questo riguardo, sembra che la base dell’ipotesi sia la convinzione che i posti di lavoro occupati dagli immigrati vengano generati dalla loro offerta e che pertanto senza di loro tali posizioni contributive cesserebbero di esistere. Non si vede quale modello statistico possa confermare ciò. Molti lavori vengono svolti dagli immigrati coprendo posizioni già esistenti e non sfruttate da italiani, per cui il saldo netto di nuove contribuzione non sarebbe tale.

Consideriamo poi che i contributi da chiunque versati in base al sistema contributivo alimentano un montante contributivo individuale che darà diritto a un assegno pensionistico in favore del lavoratore stesso. Si deve considerare pertanto che ciò che stanno versando durante la vita lavorativa gli dovrà essere restituito, prima o poi, sotto forma di pensioni. La circostanza che al 2040 l’Istituto incasserebbe 72,6 miliardi di euro di contributi degli immigrati a fronte di 35,1 miliardi di euro per coprire le prestazioni offerte a questi assistiti, significa solo che staremmo ricevendo da costoro un prestito pensionistico di 37,5 miliardi, da dover onorare in un secondo momento. I vantaggi nella copertura del disavanzo di gestione permarrebbero pertanto, come ora, sbilanciati nel tempo.

Uno dei problemi con cui fare sicuramente i conti nel settore previdenziale tra qualche decennio è invece il crollo del tasso di natalità e l’aumento dell’età media in cui si diventa genitori. In questo caso, la soluzione migliore forse sarebbe quella di investire fortemente nel sostegno alla natalità, negli asili e nelle strutture assistenziali per le mamme lavoratrici. Invertire la tendenza sarebbe un grandissimo passo in avanti.

Consideriamo infine che in Italia vi sono 1,38 persone attive per ogni pensionato, un dato assai basso che corrisponde a un tasso di occupazione pari al 61,6%, quando la media europea si attesta al 70%. Il livello ideale di sostenibilità corrisponderebbe a un rapporto tra lavoratori e pensionati di 1,5, pari a 24 milioni di attivi contro 16 milioni di pensionati. Se riuscissimo a rispettare gli impegni assunti con il trattato di Lisbona, che ci impone di giungere a un livello di occupazione dell’80% nel 2038, si attiverebbe un processo di stabilizzazione del sistema, interno e indipendente dai migranti che arriveranno.

Dando quindi per scontato che questi numeri siano corretti e bastino al sistema, possiamo chiederci se gli investimenti che stiamo sostenendo siano indirizzati nel verso giusto? O forse bisognerebbe attivare politiche corrette per sviluppare l’occupazione e, di conseguenza, i versamenti contributivi dei nostri concittadini, tanto da risistemare l’equilibrio contributivo e considerare gli immigrati un surplus virtuoso per il nostra previdenza?